
Vorrei dire un paio di cose ancora sul Green Pass, o meglio sulla strategia comunicativa che il Governo ha seguito su questo tema, perché mi pare che ora abbiamo tutti gli elementi per farci un’idea sulla questione, avendo potuto osservare un percorso di parecchi mesi.
La questione è stata affrontata via via in modi diversi, facendo appello ad argomenti che sono cambiati di volta in volta, a mano a mano che le scelte messe in atto si sono fatte via via più incisive. La prima introduzione della certificazione è stata giustificata facendo largo appello alla contrapposizione tra superfluo e necessario: chi non era in regola coi vaccini o almeno col tampone ha continuato a lavorare come prima, ma ha dovuto rinunciare al ristorante, al teatro eccetera. Quando la maggior parte degli italiani – non senza polemiche – si è abituata a quest’idea, si è passati all’estensione del Green Pass ai luoghi di lavoro. La pillola è stata digerita, in parte, perché agli irriducibili sostenitori della libertà di scelta si è lasciata aperta, a livello più teorico che pratico, la possibilità di evitare il vaccino con un tampone ogni 48 ore. Poi si è passati senza grosse difficoltà al Super Green Pass, che di fatto ha messo fuori gioco chi non voleva vaccinarsi: una misura che qualche mese prima avrebbe potuto generare parecchie difficoltà. Infine è arrivato l’obbligo vaccinale per gli ultra-cinquantenni e più avanti vedremo se la fascia d’età dell’obbligo sarà abbassata ulteriormente.
In sostanza, ogni volta che il consenso si è stabilizzato su un certo livello, l’asticella del salto in alto è stata spostata un po’ più su. Questo è stato possibile anche grazie all’ampia delega che il governo Draghi ha ricevuto da un Parlamento in cui le forze politiche vivono una stagione di profonda crisi. Il risultato complessivo è che in pochi mesi le proteste di piazza sono state ridotte a una specie di minimo fisiologico (anche usando la forza, con una serie di episodi controversi) e l’opinione pubblica ha digerito tutto questo in maniera abbastanza rapida. È naturale immaginare che questo percorso graduale sia stato concepito così fin dall’origine; comunque, al di là dell’immaginazione, è un fatto che ogni provvedimento ha rafforzato il precedente, seguendo una direzione ben precisa. A questa coerenza del percorso complessivo si è accompagnato un apparato retorico a geometria variabile, smantellato e riorganizzato diversamente a mano a mano che il fronte della battaglia politica si spostava un po’ più avanti.
Queste considerazioni le faccio con la massima neutralità possibile: semplicemente, la strategia seguita è stata tecnicamente adeguata rispetto al contesto per il quale è stata elaborata. Il contesto è quello di un’opinione pubblica incerta, abbastanza incline a farsi dettare la linea dal potere costituito, ma anche pronta a insorgere di fronte all’evidenza di una restrizione delle libertà individuali, perciò bisognosa di affrontare ogni cambiamento in modo graduale. Il governo in carica ha assecondato e neutralizzato a poco a poco questi umori, con una sorta di dolce inganno simile a quello che un genitore riserva ai suoi bambini.
Mi chiedo però quando arriverà il momento in cui torneremo a pretendere una politica che ci tratti da adulti. Il mio timore è che un bel giorno, quando finalmente la pandemia sarà finita, ci accorgeremo che al clima di emergenza permanente ci siamo abituati a tal punto da non ricordare altri modi di concepire il rapporto fra Governo e cittadini. Quando quel giorno sarà arrivato, la dialettica democratica del tempo ordinario potrebbe suscitare in noi solo una specie di ricordo nostalgico, come quando capita di trovare in soffitta dei vecchi dischi a 45 giri e ci mettiamo in testa per un po’ di rimettere in funzione il vecchio giradischi, ma poi finiamo col richiudere il baule senza pensarci più.