Diario, pag. 28

       Passata la tempesta del referendum sulla giustizia, abbiamo udito augelli far festa (a sinistra sì, ma in un senso diverso anche a destra) e l’attenzione è stata presto sviata, come al solito, sulle persone anziché sulle idee. Nel frattempo la defunta riforma è giunta al suo trigesimo, ottima occasione per fare qualche breve riflessione in vista di tempi migliori. 

       Il primo dato da cui partire è l’affluenza al referendum: 55,69%. Come è noto, il quorum del 50% non era necessario per dare validità giuridica al pronunciamento, ma ha aggiunto un forte valore politico al responso: non possiamo far finta di niente, dobbiamo trarre insegnamento da quello che è successo. La campagna referendaria ormai è finita, quindi è inutile argomentare a favore o contro la riforma, ma possiamo provare a fare delle congetture sui motivi per cui gli elettori hanno votato in maggioranza per il “No”.

       Innanzitutto è stata presentata come riforma della giustizia quella che in verità era una riforma della magistratura: una riorganizzazione dei percorsi professionali dei giudici, volta a separare in modo netto quelli che devono accusare gli imputati e quelli che devono emettere le sentenze. Chi ha esteso la riforma ovviamente riteneva che questa riorganizzazione delle carriere e degli organismi di controllo dei magistrati avrebbe portato con sé un sistema giudiziario più adatto a garantire i diritti dei cittadini; però a molti cittadini questo non è sembrato luminosamente evidente. Forse, magari, questo passaggio si sarebbe potuto presentare meglio, se non si fosse parlato quasi sempre di tutt’altro.

       Inoltre il fatto che la campagna referendaria si sia svolta in un clima di scontro fra poteri dello Stato (sul quale ho già scritto un mese fa) deve aver spinto molti elettori a sentire puzza di bruciato riguardo alle reali intenzioni che animavano sotto traccia il progetto di riforma. L’idea di base era che il calderone unico dei giudici, che mette insieme chi accusa e chi emette le sentenze, avesse un potere eccessivo, che andava in qualche modo scardinato; evidentemente però a molti italiani non dispiace affatto l’idea di una magistratura forte e compatta, che a momenti sembra ergersi a contro-potere nei confronti della classe politica. Giusta o sbagliata che sia quest’idea, non è difficile trovarne le radici nella storia del nostro Paese: in più occasioni i giudici hanno sciolto nodi che la classe politica non riusciva ad affrontare o forse non voleva affrontare, ad esempio in occasione di sentenze storiche in materia di bioetica e diritti civili; nella lotta alla criminalità organizzata; nello smantellamento di quel sistema tentacolare di potere costruito nel dopoguerra dai partiti politici. Evidentemente molti devono aver pensato che ridurre il potere dei giudici, al momento, rischia di portare più svantaggi che vantaggi. 

       Ma non finisce qui, perché bisogna ripartire anche da un secondo dato, ovvero la percentuale delle indicazioni di voto: 53,75% NO e 46,25% SÌ. Considerando queste cifre in rapporto all’affluenza, possiamo calcolare che il “No” rappresenta il 29,93% degli elettori totali (una situazione diversa da quella accaduta, ad esempio, nell’ultimo referendum sul nucleare, dove i “Sì” vinsero con una percentuale corrispondente al 51,52% degli elettori totali), perciò possiamo dire che la vittoria del “No” questa volta è senz’altro netta, ma non schiacciante. Ne segue che ci sono ancora molti italiani (il 25,75% degli elettori, secondo lo stesso calcolo) che sono preoccupati all’idea di un’eccessiva contiguità fra giudici requirenti e giudici giudicanti: evidentemente è abbastanza diffusa la convinzione che sia a rischio l’equilibrio fra accusa e difesa nei processi. Qualcosa bisognerà fare, in futuro, per rafforzare gli strumenti di controllo dell’attività giudiziaria. Non sta a me fare proposte di carattere tecnico, ma mi tocca ricordare che non possiamo mettere sotto il tappeto le aspirazioni verso una riforma della giustizia che molti attendono, a destra come a sinistra. Se un mese fa abbiamo ballato e cantato per festeggiare lo scampato pericolo, ora la musica è finita da un pezzo e c’è un bel po’ di roba da rimettere a posto.

    

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