
Sulla scrivania del nostro Presidente del Consiglio devono esserci, da qualche parte, dei fogli con dei numeri. Il primo dei due lo conosciamo un po’ tutti: contiene dei calcoli che ci dicono che, all’aumentare della percentuale di vaccinati contro il Coronavirus rispetto alla popolazione totale, diminuisce il numero dei contagiati, dei pazienti in terapia intensiva e dei morti per Coronavirus. L’altro foglio conterrà qualche previsione sul numero delle persone che, in seguito all’introduzione del cosiddetto Green Pass, affronteranno una procedura di vaccinazione, che magari in un primo momento pensavano di evitare. I bravi in matematica – fra i quali certamente potremo contare il nostro Presidente – non faranno fatica a combinare i due fogli, per ricavarne una stima sul numero delle persone alle quali, per così dire, l’istituzione del Green Pass salverà la vita. Messa così, la questione sembra al riparo dalle obiezioni, ma ancora due paroline vorrei dirle.
Accanto a quell’attività che potremmo chiamare ingegneria sociale, ovvero l’operare su grandi masse di persone, prevedendo gli eventi su base puramente statistica, c’è la politica vera e propria, in particolare l’attività legislativa: questa non può accontentarsi di ragionare solo sui numeri, perché deve disciplinare il comportamento di ogni singolo individuo, giustificando a ciascuno, in modo coerente, le ragioni di obblighi e divieti. Ed è qui che tutto si fa più complicato.
Faccio un esempio. Qualche giorno fa ho assistito a un concerto all’aperto, all’ingresso del quale ho dovuto esibire la mia certificazione verde. Mi è sembrato un po’ strano che, in virtù di un ciclo vaccinale completato cinque mesi fa, a me fosse consentito l’ingresso: malgrado il vaccino, io potrei avere il Covid anche in questo momento, senza saperlo. Qualcuno obietterà che il caso di persone vaccinate che si contagiano è statisticamente poco significativo: in ultima analisi, mi hanno fatto entrare perché era improbabile che io fossi contagiato. D’accordo. Allora perché hanno fatto entrare anche i bambini, senza chiedere loro nulla? In questo caso la giustificazione è diversa: lo Stato non può pretendere che i bambini si sottopongano a un ciclo vaccinale. Perciò, in quest’ultimo caso, il diritto ad assistere allo spettacolo viene considerato più importante del problema di salute pubblica.
Che strana legge… si giustifica in modo diverso in base ai diversi casi. Può essere vista come una misura di salute pubblica, ma solo a livello di statistica complessiva, perché la protezione dai contagi si dà in modo blando e lacunoso. Oppure può essere vista come un rozzo strumento per incentivare le vaccinazioni: un po’ come regalare un pupazzetto o un fustino di detersivo – con una differenza, però: pupazzetto e fustino non fanno circolare il virus, mentre una serata al ristorante, anche fra vaccinati, qualche rischio lo comporta. Allora prendiamola come una misura per ridare un po’ di fiato ai pubblici esercizi e all’economia del Paese in generale… diciamo che è un po’ questo e un po’ quello. Diciamo che è un bel minestrone.
Siamo in emergenza, perciò «non capisco ma mi adeguo», come diceva Ferrini. Ho grande rispetto per chi, valutando i costi e i benefici da una parte e dall’altra, si è assunto la responsabilità di decisioni anche controverse e impopolari, perciò non voglio alimentare polemiche basate su arditi paragoni con sistemi dittatoriali del passato e del presente. Eppure da qualche parte un foglio di appunti dovremmo buttarlo giù anche noi, in vista di tempi migliori. In questo foglio dovremmo scrivere a chiare lettere che le leggi non sono soltanto dispositivi per ottenere un determinato risultato agendo su una materia inerte: sono norme che vincolano dei soggetti, portatori di diritti. Sorvolare sulle questioni di principio in nome dell’emergenza è un modo elegante per dire, semplicemente, che il fine giustifica i mezzi. Messo così, il boccone è più difficile da mandar giù.
E poi, fermo restando che siamo di fonte ad un’emergenza reale, non dimentichiamo che da almeno vent’anni ci viene richiesto continuamente mettere da parte i principi, in nome di emergenze e pseudo-emergenze che si susseguono in continuazione. Tutto questo porta ad uno scadimento complessivo del dibattito politico, che si arresterà solo se noi, semplici cittadini, ci spenderemo perché si arresti. Lo spirito civico e patriottico, che ci porta ad obbedire a leggi d’emergenza e a collaborare fattivamente al bene comune, non deve tramutarsi in rinuncia alla nostra capacità di valutare autonomamente il senso delle decisioni che ci riguardano.