Diario, pag. 11

       C’è qualcosa che non mi convince nell’acronimo “LGBT” (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender). L’espressione, riferita a un’ampia categoria di persone, è stata creata col nobile scopo di coprire ciascun caso ed evitare le semplificazioni; ma il tentativo ha incontrato sin dall’inizio delle difficoltà, tanto che, per non urtare la sensibilità di nessuno, sono state aggiunte via via le lettere “Q”, “I” e “A”, che indicano altre categorie minori, inizialmente tralasciate. Alcuni hanno proposto di allungare ancora la sigla, dando luogo ad astruse e interminabili stringhe di lettere, per tentare di coprire in modo puntuale la complessa casistica; infine, dalle lettere si è passati ad altri simboli, come “+”, che funziona come: «… e così via». Potenzialmente avremmo tutta la tastiera del computer da sfruttare, ma credo che prima dobbiamo chiederci a che gioco stiamo giocando. Ci sono ragioni per dubitare che questo tipo di terminologia giovi ai movimenti anti-discriminazione, ma mi chiedo soprattutto quale sia, in generale, il senso di questo modo di esprimersi.

       Invece di proseguire in questa corsa all’infinito, che tenta di mettere a tacere i nostri scrupoli, faremmo forse meglio una buona volta a fare pace con noi stessi e con la nostra lingua: dovremmo accettare l’idea che nessuna parola obbedisce perfettamente al compito che le assegniamo. La storia della filosofia e delle scienze è costellata da tentativi di rifondazione del linguaggio, miranti a fornire basi più solide per la ricerca teorica; ma altra cosa è pensare di ridefinire in modo rigido il linguaggio della comunicazione quotidiana: qui entrano in gioco energie e contraddizioni che fanno tutt’uno con la vita. Di fronte a uno spettro ampio di fenomeni diversi tra loro, perché mai dovremmo cercare espressioni perfettamente designanti per governare le nostre conversazioni? Forse lo facciamo perché siamo animati dalla convinzione di poter eliminare ogni imprevisto nei rapporti fra le persone: siamo ossessionati dal timore che il nostro comportamento possa generare un contenzioso, così andiamo in giro portandoci dietro un lessico che ricorda le minuziose liberatorie che firmiamo per accendere un mutuo o per registrarci su qualche sito. Ad alcuni tutto questo piace, evidentemente.

       A me piacerebbe invece che trovassimo parole semplici, magari imprecise, per esprimere quello che vogliamo dire. Un esempio c’era già con la parola “gay”: in Inglese esprime il richiamo ad uno stile di vita “gaio”, cioè gioioso e libero, nella vita sentimentale e sessuale; ma ormai questa parola ha assunto un senso più specifico e non possiamo più risalire a ritroso nell’evoluzione del lessico. Un altro termine utile, in Inglese, è “queer” (cioè “strambo”): inizialmente era usato in modo dispregiativo, ma è carico anche di valori positivi. In Italiano funziona più o meno così “arcobaleno”: una parola carica di connotazioni positive, che a me pare perfetta per lo scopo. In ogni caso, le parole non ci mancano: possiamo usare “tulipano”, “gabbiano”, “acquamarina”… quello che volete. Ma sì, lanciamo una moda linguistica per indicare in modo semplice le persone che vogliono vivere come gli pare. Ci sto ad essere chiamato tulipano, se finalmente potremo parlare d’altro.

    

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