
Vorrei offrire un pacato commento su quanto detto qualche giorno fa da Alessandro Barbero, storico eminente e noto divulgatore, a proposito delle difficoltà incontrate dalle donne nel far valere le pari opportunità rispetto agli uomini. Le dichiarazioni del Professore hanno suscitato un dibattito acceso e aspro, nel quale non voglio entrare: non mi interessa giudicare la persona, né proporre un’interpretazione fedele di quello che ha detto. Semplicemente, siccome credo che sia stato toccato un tema importante, questa per me è un’occasione per andare oltre e mettere un po’ di ordine nella questione. Partiamo dal virgolettato. Nel corso di un’intervista a margine di un convegno di studi sulla condizione femminile nella storia, alla domanda della giornalista Silvia Francia:
Barbero, arrivando a oggi, come mai, secondo lei, le donne faticano tanto non solo ad arrivare al potere, ma anche ad avere pari retribuzione o fare carriera?
il professore ha risposto così:
Premesso che io sono uno storico e che quindi il mio compito è quello di indagare il passato e non il presente o futuro, posso rispondere da cittadino che si interroga sul tema. Di fronte all’enorme cambiamento di costume degli ultimi cinquant’anni, viene da chiedersi come mai non si sia più avanti in questa direzione. Ci sono donne chirurgo, altre ingegnere e via citando, ma a livello generale, siamo lontani da un’effettiva parità in campo professionale. Rischio di dire una cosa impopolare, lo so, ma vale la pena di chiedersi se ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi. È possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che servono ad affermarsi? Credo sia interessante rispondere a questa domanda.
Comprendo il disagio di molti nel leggere frasi così dirette a proposito di un tema certamente complesso e stratificato; tuttavia credo che dobbiamo andare oltre la reazione emotiva ed entrare nel merito, o almeno offrire dei chiarimenti di metodo. A me sembra che la questione possa essere affrontata a tre diversi livelli di approfondimento, che qui presento.
A un primo livello (più superficiale), ci muoviamo sul terreno delle pari opportunità e della quotidiana lotta per il raggiungimento di ruoli solitamente ricoperti da uomini. A questo livello operano, lo sappiamo bene, tanti fattori di impedimento, ben radicati in millenni di potere maschile: una selezione delle candidature svolta principalmente da maschi; un’organizzazione del lavoro ancora fortemente orientata dagli stereotipi di comportamento associati al genere maschile; lo scarso radicamento della cultura della tutela delle donne rispetto a problematiche specifiche come la maternità. Se fosse questo l’unico livello possibile di indagine, potremmo riassumere le cose così: al momento della selezione delle candidature, non c’è alcuna differenza significativa tra i profili professionali maschili e quelli femminili; però le donne tendono a essere scartate o poco valorizzate, per ragioni del tutto estrinseche. A me pare che, se continuiamo a raccontarcela così, spalanchiamo le porte a un altro paio di secoli di patriarcato, in cui andrà in scena il solito derby tra maschi e femmine, vinto sistematicamente dai maschi e accompagnato ogni volta da mille polemiche sull’arbitraggio. Perciò propongo quella che a me sembra una lettura più approfondita.
A un secondo livello di profondità, c’è il tema degli stereotipi di genere nell’educazione dei bambini e delle bambine. È un fatto sotto gli occhi di tutti, però vengono spesso sottovalutate le sue conseguenze rispetto al tema delle pari opportunità. Ancora continuiamo a far giocare i bambini con i mostri e le bambine con le bambole; continuiamo a dire ai maschietti che nella vita dovranno darsi da fare, mentre nelle femminucce instilliamo l’idea che la loro vita acquisterà senso solo quando l’uomo giusto le sceglierà… e poi ci meravigliamo all’idea che tutto questo abbia un effetto nella vita adulta? Ci imbarazziamo a dire che ci sono delle differenze marcate nei comportamenti degli uomini e delle donne da adulti, perché i nostri principi ci dicono che siamo tutti uguali. Certo che siamo uguali, ma quest’uguaglianza va coltivata nei processi educativi che durano tutto l’arco di una vita, non basta richiamarla quando spuntano fuori i problemi nel mondo adulto. O, meglio, è giusto esigere l’uguaglianza fra gli adulti (ad esempio con le quote rosa), ma bisognava pensarci prima: è l’educazione dei bambini e delle bambine, con la sua naturale prosecuzione nell’adolescenza e nell’educazione permanente degli adulti, il vero terreno su cui va giocata la partita dell’emancipazione femminile. Ricomposta così, la questione è la seguente: al momento della selezione per assegnare incarichi di potere, le candidature femminili a volte risultano più deboli, perché i percorsi professionali delle donne sono spesso indeboliti, fin dall’inizio, da una cultura educativa che non promuove nelle donne l’acquisizione delle abilità utili nei contesti di lavoro e di potere. Detto altrimenti: i maschietti risultano in media più brillanti e sicuri di sé, perché sono stati a lungo incoraggiati ad esserlo; le donne, al contrario, spesso si portano addosso l’effetto dei continui messaggi di sfiducia che hanno ricevuto. Di nuovo, c’è da chiedersi se possiamo fermarci a questo livello, o se c’è ancora altro.
Il terzo livello di profondità è quello di chi si chiede se, quanto e come il genere maschile e quello femminile siano innestati su differenze a livello biologico, oltre a quelle che conosciamo già a livello anatomico. Ad esempio: ci sono differenze nelle disposizioni innate che guidano la risposta a emozioni come la rabbia o la paura? Ci sono differenze nel modo in cui si fissano i ricordi? E così via… Io su queste cose, onestamente, non so nulla; ma, proprio perché riconosco la mia ignoranza in materia, mi guarderei bene dal dire che non c’è nulla da scoprire. Sono temi delicatissimi, ma credo che non si debba aver paura di quello che la comunità scientifica può o potrà dirci in merito. Abbiamo tutti timore di scoprire informazioni che potrebbero costringerci ad affrontare in modo nuovo temi che ci stanno a cuore; ma se pensiamo di mettere sotto pressione i ricercatori affinché non indaghino su temi difficilmente conciliabili con la nostra idea di società, possiamo ottenere solo l’effetto di basare le nostre decisioni su informazioni imprecise e fuorvianti.
Chiudo con pochi cenni su ciò che ha detto specificamente Barbero. Credo che abbia avuto il merito di ricordare che il primo livello di analisi (quello delle pari opportunità) è insufficiente per affrontare il problema dell’emancipazione femminile; però mi pare sia passato indebitamente al terzo livello (quello più delicato e incerto delle «differenze strutturali»), senza dire mezza parola sul secondo livello (quello educativo), che a mio avviso è quello più decisivo. C’è il rischio che un’attenzione eccessiva alle presunte differenze biologiche tra uomini e donne possa fornire un alibi per conservare tutti gli stereotipi di genere presenti nei modelli educativi; da qui credo sia nata la preoccupazione espressa da molti commentatori. Attribuirei la semplificazione presente nel discorso di Barbero alle difficoltà tipiche del contesto di un’intervista; comunque suppongo che le tante pietre scagliate contro il Professore siano partite da persone che davanti al microfono avrebbero certamente fatto un figurone.
Aggiunto il 13 marzo 2023