Diario, pag. 15

       Da un bel po’ mi frullava in testa un pensiero a prima vista bislacco, che in queste settimane sembra diventato addirittura attuale: «Che succede se qualcuno, dopo aver pubblicato un post su un profilo social e aver ottenuto una manciata di “Mi piace” e di commenti, modifica il testo?». A quanto ho capito, almeno su Facebook il gruzzoletto ottenuto in termini di gradimento e interazione si conserva; su Instagram la situazione è simile, perché non si può sostituire una foto, ma la didascalia sì. Su Twitter, dove attualmente non è possibile modificare nulla, sembra che a furor di popolo si vada verso la modificabilità dei contenuti (pur con qualche cautela). La questione, apparentemente frivola e confinata in una nicchia di appassionati dei social media, solleva almeno due questioni importanti, che qui riprendo.

       Innanzitutto, una volta che un certo contenuto su una piattaforma ha suscitato delle reazioni, modificandolo si rischia di tradire l’intenzione di chi ha espresso la sua reazione. È un rischio non banale per chi, come me, si è formato con la filosofia analitica, un genere di studi in cui i dettagli apparentemente insignificanti possono fare la differenza, fino a provocare discussioni interminabili. In quel tipo di contesto l’assenso in una discussione è merce rara: viene concesso solo dopo un controllo accurato di tutte le proposizioni che costituiscono l’argomento, un po’ come si fa con una ricevuta di pagamento – che non firmeremmo certo volentieri, se sapessimo che può essere modificata in un secondo momento. Evidentemente, al contrario, le piattaforme come Facebook e Instagram non sono state pensate principalmente per una discussione puntuale sui contenuti: potremmo dire che in questi ambienti informatici non è importante l’assenso formale su quello che è stato detto, bensì il consenso aggregato sulle persone. Queste piattaforme canalizzano su determinati profili i flussi di interesse, che vengono poi convertiti in qualcos’altro: prestigio sociale, valore sul mercato, voti alle elezioni. Entro certi limiti è così anche su Twitter, ma in misura minore: lì, almeno finché le regole restano le stesse, il singolo tweet resta l’unità di misura di tutto e può portare dall’altare alla polvere, o viceversa, in un niente.

       Una seconda questione interessante è che queste piattaforme sembrano presupporre un’antropologia di fondo, secondo cui l’uomo è un essere per lo più collaborativo. Secondo questa visione ottimistica, non c’è bisogno di prevenire a tutti i costi il rischio di frodi e vandalismi informatici, perché la grande maggioranza degli utenti di solito si astiene da questi comportamenti. Può anche darsi che qualcuno utilizzi la funzione di modifica di un post su Facebook per frodare coloro che hanno già espresso la loro reazione, ma è difficile che questo comportamento possa diffondersi in modo pervasivo. Per motivi simili resistono al vandalismo le voci delle enciclopedie wiki o la reputazione degli operatori registrati su piattaforme come Ebay o Tripadvisor. Il successo di queste piattaforme sembra una prova a posteriori del fatto che quell’antropologia ottimistica è sostanzialmente corretta, al netto di scivoloni occasionali. Con qualche cautela, ci sarebbe allora spazio per una certa speranza; ma la situazione va tenuta d’occhio, perché ormai fra gli utenti con profili registrati, oltre agli esseri umani, ci sono migliaia di identità virtuali, che eseguono automaticamente le istruzioni stabilite da programmi. Se già è difficile essere ottimisti sul comportamento prevalente nel genere umano, faccio fatica a sperare che migliaia di robot, programmati per gli scopi più disparati, possano generare da soli una specie di armonia naturale che ci guidi verso il meglio. Bisognerà organizzare dei turni per fare in modo che ci sia sempre qualcuno sveglio a dare un’occhiata alla situazione.

    

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