L’onere della prova, fra la politica e la guerra

       Qualche tempo fa, esponendo i motivi per cui non condivido l’atteggiamento neutrale di fronte all’invasione dell’Ucraina, ho chiuso dicendo che la vera questione è capire come possiamo tradurre in pratica la nostra solidarietà con il popolo aggredito. In particolare, mi sono chiesto in quali condizioni sia giusto rifornire di armi il Paese sotto attacco. La questione, apparentemente superata dagli eventi, mi pare comunque così importante da richiedere dei chiarimenti. Anticipo il mio punto: non trovo giusto che siano state inviate armi all’Ucraina prima che fossero sospese in modo netto le relazioni commerciali con la Russia; soprattutto, mi pare che le scelte messe in atto non siano state giustificate in modo adeguato.

       La risposta dei Paesi occidentali allo scoppio di questa «operazione speciale» (guerra, n. d. T.) è stata inaspettatamente rapida, tanto da indurre alcuni commentatori a compiacersi per la ritrovata unità e per lo spirito fattivo dei leader europei. Com’è noto, è stato varato un pacchetto abbastanza sostanzioso, ma per ora incompleto, di sanzioni economiche alla Russia, accompagnato dalla fornitura di armi e munizioni all’Ucraina. Quest’ultimo aspetto è decisivo: di fatto siamo di fronte a un intervento militare, anche se presentato in forma smussata nel tentativo di tenere a bada sia il pacifismo nostrano che le possibili reazioni della Russia. Le decisioni sono state preparate nel concerto dei governi europei e ratificate dai parlamenti nazionali, fra cui quello italiano (a larga maggioranza, cinque giorni dopo l’invasione). Successivamente si è pensato ancora di rafforzare le misure economiche, tanto che il Parlamento europeo si è espresso con la richiesta di un embargo totale dell’importazione di idrocarburi dalla Russia, richiesta che è in discussione in questi giorni nelle sedi governative e parlamentari dei vari Stati europei. 

       Nel frattempo l’opinione pubblica ha dato segni di incertezza su questi temi. Fra quelli che sull’invio di armi nutrivano perplessità di principio o preoccupazioni pratiche, molti si sono fatti da parte, forse intimiditi dalla solita obiezione che in fondo qualcosa bisognava pur fare; altri, che hanno cercato di esporre i motivi della loro contrarietà, hanno incontrato una certa difficoltà nel proporre delle valide alternative. Per quanto mi riguarda personalmente, sono partito da una premessa che mi pare in linea con lo spirito della nostra Costituzione: l’opzione militare è giustificabile solo se le altre opzioni sono state già tentate tutte, o se queste non possono funzionare; perciò, ho pensato, se volessi argomentare contro l’invio di armi dovrei buttar giù un’analisi puntuale della situazione, che mostri che l’alternativa politica alla guerra è realmente percorribile.

       Fermi tutti… qui c’è un problema, bello grosso: proprio se accettiamo la premessa che l’opzione militare è l’extrema ratio, non sta ai cittadini preoccupati il compito di dimostrare che c’è (o forse c’era) ancora spazio per l’azione politica: spetta a chi ha deciso di inviare armi il compito di dimostrare che non c’era altra via percorribile. Capisco che la situazione richiedeva decisioni rapide, ma dopo che queste decisioni sono state prese, non mi pare affatto che le forze politiche favorevoli ad armare l’Ucraina si siano impegnate nell’illustrare gli sforzi compiuti in ambito non militare o i motivi per cui è stato impossibile percorrere le vie politiche in modo più deciso. Alla luce della premessa per cui la guerra va evitata ogni volta che si può evitarla, la scelta dell’opzione militare si sarebbe dovuta collocare a conclusione di un lungo e sofferto ragionamento, che però non s’è visto: semplicemente, la conclusione è stata trasformata in una premessa, cioè in qualcosa che si dà per scontato. Mettendo le cose in questo modo, va a finire che tocca a chi non è d’accordo sull’invio delle armi lo sforzo di dimostrare che ci sarebbe un’alternativa percorribile. Questo modo di (non) argomentare si chiama inversione dell’onere della prova: un espediente retorico ben noto come fallace.

       A pensarci bene, non è da oggi che si usa questo trucchetto quando si parla di guerre. Almeno a partire dall’operazione NATO nell’ex-Iugoslavia (1999), si è cercato spesso di presentare come ovvia l’equiparazione tra azione militare e azione tout court, così da far apparire le voci critiche come voci di sognatori, “né-né”, figli dei fiori e pacifisti da divano. Mi spiace ma non funziona così, non è giusto. Io non sono contrario all’uso delle armi in qualunque situazione: comprendo le ragioni della difesa armata e posso accettare anche il soccorso militare nei confronti di un Paese amico; ma se si fa ricorso a quella che deve essere l’ultima opzione, pretendo che il mio governo mi rassicuri rispetto alle mie perplessità. Non tocca a me, cittadino preoccupato, scrivere saggi per suggerire di agire con questo o quell’intervento sui conti bancari russi; non tocca a me dimostrare che i contatti diplomatici con la Cina e la Turchia non sono stati avviati con sufficiente efficacia per arrivare a un risultato. Sta a coloro che appoggiano l’opzione militare mostrare con chiarezza che le altre vie sono state percorse fino al limite della ragionevolezza. Non sono io che devo compiere uno sforzo di buona volontà per capire la coerenza fra l’invio di armi all’Ucraina e l’acquisto di gas e petrolio dalla Russia; né spetta a me argomentare per dire che questa incoerenza non è tollerabile. Sono i sostenitori di questa scelta che devono spiegare, a me e a un bel po’ di cittadini, perché mai dovrebbe andare bene così. Recentemente il nostro Presidente del Consiglio si è espresso provocatoriamente per un superamento della situazione attuale; ma se queste dichiarazioni avranno un seguito, si tratterà di un naturale allineamento delle misure politico-economiche con l’opzione militare già intrapresa e non certo messa in discussione. In generale, stiamo aggiustando in corsa un pacchetto di misure che non ha seguito la sua via naturale (prima le sanzioni e poi, se le sanzioni non funzionano, le armi) e che è stato avviato senza un’adeguata giustificazione, lasciando il cerino acceso in mano a chi non è d’accordo. Mi pare che siamo parecchio lontani da un’idea accettabile di dibattito politico. 

       Obiezione. Molti indicatori sembrano mostrare che la scelta di armare l’Ucraina (probabilmente avviata ben prima dello scoppio della guerra) stia dando i suoi frutti, perché la guerra che i russi immaginavano rapida si sta trasformando in una guerra di logoramento (detta anche “operazione normale”), con l’effetto di preparare le condizioni per spingere Putin a una trattativa con minori pretese.

       Replica. Può darsi – me lo auguro anch’io – ma trovo poco soddisfacente questa tendenza ad argomentare a partire da dati raccolti in itinere. Gli effetti complessivi di un’opzione militare vanno considerati su tempi più lunghi, rispetto ai quali anche le operazioni apparentemente riuscite mostrano alla fine un conto da pagare ben più salato di quanto non sembri al momento. Qualche esempio? Così, su due piedi: ex-Iugoslavia (1999), Iraq (2002), Libia (2011). 

       Insomma, questa volta risparmierò un po’ le energie, aspettando che qualcun altro mi convinca che proprio non si poteva fare meglio di quello che è stato fatto; oppure, meglio ancora, mi aspetto una drastica presa di distanza dei governi europei dalle relazioni commerciali con la Russia, perché le iniziative finora intraprese mi sembrano incoerenti e ingiustificate. A questo punto, il minimo che noi cittadini dell’Unione europea possiamo fare è mettere in discussione le nostre abitudini in fatto di consumi energetici, se vogliamo che il nostro ruolo in questa vicenda sia credibile almeno un po’.

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