Diario, pag. 27

       Mentre siamo ormai a poche ore dal referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, per una volta voglio abbandonarmi all’espressione di uno stato d’animo, che in parte orienta il mio punto di vista. Non ci tengo a convincere nessuno, ma mi sembra giusto assumere una posizione in modo pubblico, visto il modo in cui la discussione è andata. Premettendo che ho sempre sostenuto e messo in pratica l’idea che le questioni vanno esaminate nel merito, al di là degli schieramenti politici, questa volta faccio un po’ fatica a seguire con pazienza e animo neutrale i dettagli del dibattito, per una serie di motivi.

       Innanzitutto la questione presenta degli aspetti tecnici su cui c’è disaccordo anche fra gli esperti, perciò anziché argomentare nel merito preferisco rinviare gli ultimi indecisi al testo della riforma e alle ragioni del “Sì” e del “No”, che ciascuno può esaminare per conto proprio, magari con l’ausilio di autorevoli pareri a favore o contro.

       In secondo luogo mi trovo a disagio rispetto al clima di veleni e polemiche sterili che ha caratterizzato questa campagna referendaria. All’opposizione parlamentare, quasi tutta schierata per il “No”, si potrebbe rimproverare un eccessivo allarmismo nel paventare rischi che magari non ci sono realmente; ma in un certo senso fa parte del mestiere dell’opposizione il fatto di seminare dubbi sulla validità delle azioni di chi governa. Al contrario, chi è in maggioranza ha dei doveri in più da onorare. Innanzitutto mi sarei aspettata la promozione di un dibattito parlamentare approfondito, che invece è stato condotto per direttissima; inoltre la stessa discussione di questi mesi è stata spesso dirottata in direzione polemica, andando a colpire proprio quei soggetti che hanno fatto dichiarazioni discutibili per interpretarle nel senso peggiore e così tenere viva la fiamma della contrapposizione; per non parlare delle dichiarazioni minacciose e cariche di pregiudizio da parte di figure eminenti facenti capo al governo. Non è un bello spettacolo, ma soprattutto è ancora meno bello quando è la maggioranza parlamentare che guida il Paese a portare avanti questa specie di caccia alla volpe contro gli esponenti di un potere indipendente dal Governo, quello dei magistrati.

        Naturalmente molti sostenitori del “Sì” precisano che non c’è un’azione contro la magistratura in sé, ma contro quella parte della magistratura fortemente orientata politicamente, che trova nelle “correnti” e poi nel Consiglio superiore della Magistratura il suo centro di potere. Da un fronte si vuole ridimensionare il potere di una magistratura che si ritiene abbia disatteso il suo ruolo e abbia invaso l’ambito d’azione della politica; dal fronte opposto si ritiene che la maggioranza parlamentare al potere voglia indebolire la magistratura per rafforzare il proprio potere. Mi stanno chiedendo se mi fido di più dei politici o dei magistrati? In un sistema democratico che funziona bene sarebbe difficile rispondere a questa domanda, ma nel contesto italiano di oggi, direi che proprio non c’è partita: sui vizi della magistratura possiamo parlare a lungo, su quelli della classe politica potremmo produrre biblioteche intere. Perciò, anche se questa riforma tocca una situazione problematica e forse fa anche qualche passo nella direzione giusta, faccio fatica a fidarmi di una proposta politica che ha tutta l’aria di una spedizione punitiva. La proposta l’ho letta, qualche parere l’ho ascoltato, nel dubbio preferisco tenermi la Costituzione così com’è. Se ci tengono tanto a cambiarla, la prossima volta abbiano la pazienza di articolare le loro ragioni promuovendo una discussione più serena e rispettosa. Per questa volta la mia risposta, per quello che può valere, è “No”.

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P.S. Mi sa tanto che questo è il pezzo peggiore che ho scritto in tutti questi anni, dal punto di vista dello stile e del rigore argomentativo. Di solito se uno scritto non mi soddisfa non lo pubblico, ma questa volta ho sentito l’urgenza di testimoniare il mio punto di vista entro la scadenza del voto. Sento che che siamo in un momento storico in cui esprimere il dissenso rispetto a quello che accade è il minimo che possiamo fare, anche a costo di essere poco brillanti, poco originali o poco interessanti. Fa niente.

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