Perché (probabilmente) voterò “Sì” al prossimo referendum

      Dico «probabilmente» perché alla consultazione popolare sulla riduzione del numero dei parlamentari manca ancora qualche giorno (si terrà domenica 20 e lunedì 21 settembre, in concomitanza con le elezioni regionali) e, se qualcuno mi mostra buone ragioni per farlo, sono sempre pronto a cambiare idea. Il quesito sulla scheda chiede di confermare o respingere una legge costituzionale (approvata dal Parlamento circa un anno fa) che riduce di circa un terzo il numero dei membri elettivi del nostro Parlamento: da 945 (630 deputati + 315 senatori) a 600 (400 deputati + 200 senatori). Questa legge disciplina anche una corrispettiva riduzione della quota di parlamentari eletti nella circoscrizione Estero e fissa a un massimo di 5 il numero totale dei senatori a vita di nomina presidenziale. Possiamo avere o non avere un’idea precisa in materia, ma è bene comunque che ciascuno si esprima, almeno nelle urne, anche perché questo tipo di referendum dà un risultato valido indipendentemente dal numero delle persone che andranno a votare (per ragioni tecniche che tralascio).

      Poiché il referendum ci interpella tutti direttamente come se fossimo esperti, mi esprimerò qui senza imbarazzo su un tema su cui non ho competenze tecniche (se ci fosse più avanti un referendum sulle teorie deflazioniste della verità, magari potrei pararne con maggiore cognizione di causa; ma mi pare un’eventualità remota). Vorrei offrire qui una presentazione delle ragioni che mi inducono a votare sì, qualche spunto critico su argomenti che non mi sembrano convincenti o rilevanti e l’indicazione di qualche lettura che mi è parsa utile. Procederò indicando i motivi per cui non  ritengo pertinenti alcune questioni, poi illustrerò quelle che a me paiono le tre ragioni principali per votare sì, infine replicherò ad alcune obiezioni.

      Un primo tema di cui non voglio parlare diffusamente, perché non mi pare rilevante rispetto al quesito referendario, è quello del contesto politico in cui il referendum si svolge. Non posso certo negare che questa consultazione giunga al termine di una stagione in cui la polemica contro la classe politica ha assunto a volte toni furiosi e offensivi della dignità stessa dell’istituzione parlamentare; eppure non mi rassegno all’idea che il dibattito sulla nostra Costituzione possa essere inquinato da considerazioni riguardanti la cronaca politica di questi ultimi anni. Una volta che mi si riconosce il diritto di esprimermi per decidere nel merito su qualcosa di importante, non intendo sprecare quest’opportunità come se fosse solo un’occasione per dare segnali a questo o quel partito, a questa o quella persona. E poi, se proprio volessimo parlare del contesto in cui questo referendum si svolge, è dai tempi dell’Assemblea Costituente che il tema del numero dei parlamentari è stato oggetto di discussione, con specifiche proposte di riduzione che si sono succedute in varie commissioni parlamentari per le riforme a partire dagli anni ottanta. In molti casi è stato abbastanza evidente che questo passo non è stato compiuto, pur in presenza di forti orientamenti in questo senso, soprattutto a causa di fattori contingenti legati alla sopravvivenza di un determinato governo e della corrispondente maggioranza parlamentare. Magari questa volta sarebbe carino fare un’eccezione.

      Un secondo tema che mi pare di poco conto (e anche un po’ deprimente) è quello del risparmio che potremmo avere se passasse il “Sì”. Questo argomento, originariamente presentato con grande enfasi dai fautori di questa riforma, è stato ormai messo un po’ da parte da quando si è chiarito che si tratta di ben poca cosa: le stime di abbattimento dei costi presentate dal Governo, già confermate parzialmente da alcune fonti, sono state poi ridotte a circa la metà da uno studio qualificato che le quantifica come equivalenti al valore di un caffè all’anno per ciascun cittadino italiano. Insomma, a me poco interessa che i caffè siano uno o due: li offro volentieri ai miei rappresentanti, purché lavorino come si deve. Non mi sfugge il fatto che, più che ridurre di un terzo il numero dei privilegiati, stiamo riducendo di un terzo il nostro diritto ad eleggere dei rappresentanti; eppure quest’ultima ipotesi non mi spaventa, perché nutro una flebile speranza che una rappresentanza inferiore per quantità possa rivelarsi migliore sul piano della qualità.

      Vengo allora alla prima ragione per cui mi oriento per il “Sì”: la speranza di vedere un Parlamento un po’ più efficiente. Naturalmente, come hanno sottolineato tante figure autorevoli, la questione più importante da affrontare non è la riduzione del numero dei parlamentari, bensì la modifica dei regolamenti delle Camere, insieme con il superamento del bicameralismo paritario (sistema che assegna alle Camere compiti identici, raddoppiando molte procedure e dando luogo ai passaggi successivi delle bozze di legge da una camera all’altra). Certo, si sarebbe potuto fare di meglio, è stato fatto solo un pezzo di riforma, neanche quello più importante; ma è su questo pezzo che mi viene chiesto un sì o un no. Perciò la prima domanda che mi pongo è se la diminuzione dei parlamentari, a parità di ordinamento vigente, può essere utile a rendere più efficiente il lavoro delle camere. Non ho prove certe che sia così; ma tanti indizi, ricavati dalle cronache parlamentari di questi ultimi cinquant’anni, mi inducono a credere che l’alto numero di persone coinvolte nei processi decisionali abbia complessivamente rallentato i lavori del Parlamento, dando uno spazio eccessivo alle individualità (con tutti i grandi e i piccoli narcisismi che queste esprimono), moltiplicando le occasioni per mettere in atto tattiche dilatorie e facendo sì che si perdessero di vista gli obiettivi di lavoro. In fondo questo, che sarebbe il mio argomento principale, è sostenuto da ragioni basate su impressioni e speranze (espresse anche da esperti); perciò chi vuole convincermi del contrario non ha che da farsi sotto, purché restiamo sul tema e non ci mettiamo a parlare d’altro.

      Una seconda ragione per il mio “Sì” sta nella speranza che un parlamento snellito nei numeri possa essere più autorevole. La maggiore selezione per l’accesso alle Camere favorirebbe, credo, candidature di maggior peso: forse non saranno candidati migliori sotto il profilo della qualità intrinseca (curriculum, livello culturale, profilo umano e fedina penale), ma probabilmente sarebbero figure in grado di contribuire in modo più incisivo alla vita politica del Paese. In questi ultimi cinquant’anni la rappresentanza molto numerosa ha fatto sì che vi fosse, accanto ai leader, ai vari capi-corrente e alle varie figure intermedie, un buon numero di peones, che non hanno mai avuto un ruolo significativo nell’attività parlamentare. A queste persone è stata proposta una candidatura perché in aula c’era posto, ma si è trattato in molti casi di soggetti che francamente non avevano il profilo giusto per stare in Parlamento. A me pare che il potere dei dirigenti di partito si sia rafforzato nel tempo proprio grazie alla massiccia presenza di queste figure gregarie, naturalmente incapaci di sostenere un confronto serrato con le strutture di vertice (esattamente all’opposto di quanto hanno sostenuto i fautori del “No”). Mi sbaglio? Se sì, vorrei sapere dove.

      Una terza ragione l’ho trovata in un documento (a mio avviso, interessante e chiaro) diramato poche settimane fa dal Governo. In questo testo si fa notare che dal 1963, anno in cui il numero dei parlamentari eletti è stato fissato a 945, alcuni cambiamenti importanti nella società hanno reso meno urgente il bisogno di una rappresentanza parlamentare numerosa. In primo luogo è stato rafforzato il ruolo delle amministrazioni locali e quello delle istituzioni europee, cosa che ha ridotto almeno in parte la mole di attività politica a livello nazionale; in secondo luogo c’è stato un progresso nel sistema dei trasporti, che ha consentito a deputati e senatori di muoversi con maggiore facilità fra il collegio di appartenenza e la Capitale; infine i nuovi mezzi di comunicazione consentono oggi ai membri del Parlamento di gestire i rapporti con i rispettivi collegi anche attraverso scambi di informazione in tempo reale, che possono coinvolgere anche migliaia di persone contemporaneamente. Queste ultime tre considerazioni, a pensarci bene, non sono sufficienti per giustificare la tesi secondo cui il taglio dei parlamentari è utile, ma possono comunque giustificare una tesi più debole: quella secondo cui il taglio dei parlamentari non è dannoso. In ogni caso mi sembrano considerazioni rilevanti per una risposta ponderata al quesito referendario.

      Venendo alle obiezioni, una delle principali è quella secondo cui, col nuovo sistema, l’Italia scenderebbe in fondo alla classifica dei Paesi europei per il rapporto numerico fra eletti ed elettori. In generale, è un tema che non mi pare determinante, perché il valore di una proposta politica andrebbe valutato nel merito e non sulla base del suo discostarsi o meno da altre prassi diffuse altrove; ma se proprio vogliamo leggere le tabelle, c’è da leggerle per bene.  Il dato su cui si è gridato allo scandalo è lo scivolamento dell’Italia all’ultimo posto in Europa per quanto riguarda il rapporto fra eletti ed elettori della camera bassa, che però deve essere valutato tenendo conto di ulteriori aspetti. Innanzitutto buona parte della tabella è occupata da Paesi poco popolosi, in cui il rapporto eletti / elettori è irrimediabilmente alto perché il denominatore è piccolo (d’altra parte, se si riducesse in modo corrispondente il numeratore, a Malta dovremmo avere una camera bassa di 4-5 membri, ottimale al massimo per organizzare partite a scopa dopo le sedute). Inoltre è stato fatto notare che la presenza di un Senato che ha gli stessi compiti della Camera rende naturale l’idea di sommare nel numeratore deputati e senatori, determinando un rapporto fra eletti ed elettori in linea con ciò che accade nel resto d’Europa.

      Un’altra obiezione me la faccio da solo: se un giorno si arriverà, come da più parti auspicato, al superamento del bicameralismo paritario, lasciando alla sola Camera dei Deputati le funzioni legislative principali e la facoltà di accordare o no la fiducia al governo, 400 deputati potrebbero essere un po’ pochi. Replica: quando si arriverà (spero) a una riforma di questo tipo, si considererà questo problema e magari si inserirà nella riforma un articolo per aumentare di un po’ il numero dei deputati, ma non quello dei senatori. Non mi sembra né un pasticcio terribile, né un motivo per lasciare stare tutto com’è in attesa di riforme per ora solo immaginarie.

      Tra le varie altre obiezioni ne indico qui alcune, per maggiore completezza. In primo luogo, l’applicazione di questa riforma richiede una ridefinizione territoriale dei collegi, che potrebbe dar luogo a una suddivisione non ottimale del territorio; in secondo luogo, la riforma renderebbe scarsamente rappresentate al Senato alcune regioni poco popolose (e in particolare, in caso di approvazione di una legge elettorale maggioritaria, metterebbe a rischio in queste regioni la rappresentanza dei gruppi di minoranza); in terzo luogo, ci sarebbe un ingiustificato aumento della percentuale di delegati regionali nell’assemblea che elegge il Presidente della Repubblica; infine, le quattro circoscrizioni Estero al Senato verrebbero equiparate indebitamente, con un eletto a testa, anche se si tratta di circoscrizioni molto diverse fra loro per numero di elettori. Non mi soffermo su queste obiezioni semplicemente perché, per quello che sono riuscito a capire (dopo aver consultato le fonti che ho qui indicato), non mi sembrano obiezioni tanto decisive da controbilanciare le ragioni per il “Sì” che ho presentato.

      Infine, c’è senz’altro da riflettere sul fatto che numerosi giuristi ed esperti di scienze politiche e sociali si siano uniti in un accorato appello per il “No”. Evidentemente chi conosce in modo approfondito i meccanismi di funzionamento della vita parlamentare deve fare un grande sforzo per mandar giù una riforma i cui limiti sono tutto sommato palesi. Nonostante questo, mi pare esista un margine di scelta politica che non può essere ridotto a una mera questione di carattere tecnico. Pur riconoscendo, infatti, i limiti tecnici della proposta che dobbiamo esaminare, potremmo ridurre la questione al seguente dilemma: «È meglio aspettare una riforma vera e propria, fatta per bene, oppure dovremmo cogliere l’occasione che in questo momento abbiamo davanti, per ciò che essa ha di buono?». Sulla base dei ragionamenti che ho esposto, mi oriento in quest’ultima direzione.

Lascia una risposta