
Sull’onda dell’indignazione per l’omicidio di George Floyd, la scorsa estate si discusse molto, sopratutto sui social network, a proposito delle statue erette tempo fa in onore di personaggi oggi considerati come esempi di razzismo, sessismo e altre eredità imbarazzanti del passato. Poi, in breve tempo, questo tema era scivolato dalle prime pagine dei giornali verso quelle interne, fra le indiscrezioni sul casting per il Grande Fratello VIP 2022 e gli aggiornamenti sul possibile innesco di una Terza guerra mondiale nel Mar Cinese Meridionale. C’era comunque da aspettarsi che la polemica tornasse a ridestarsi prima o poi, come una principessa risvegliata da un bacio su cui forse è meglio sorvolare. Fra l’altro, proprio in questi giorni, siamo in corrispondenza con il bicentenario di quel cinque maggio che ancora oggi ci ricorda quanto sia difficile valutare le azioni con cui un essere umano, nel bene o nel male, dà alla storia una direzione. Non mi interessa esprimere, con un pollice in su o in giù, la mia sentenza sulla memoria di Napoleone, di Cristoforo Colombo o di Indro Montanelli, tanto per fare degli esempi di cui si è parlato; voglio però proporre qualche riflessione generale sulla natura di questo tipo di giudizi.
Parto da una constatazione: come conseguenza di quanto accade in America, negli ambienti progressisti radicali della vecchia Europa non sembra andare più di moda il relativismo culturale, dottrina secondo cui azioni e credenze morali, in quanto espressioni del sistema di valori di un dato contesto storico-culturale, possono essere comprese e giudicate solo all’interno di quel contesto. Tante volte, in passato, l’impossibilità di giudicare altre culture dall’esterno è stata assunta come presupposto per la tutela di popoli e gruppi che si ritenevano minacciati da forme mascherate di colonialismo; oggi, invece, la frequente messa in discussione di personaggi del passato sembra mostrare una rinnovata volontà di giudicare le culture diverse dalla nostra. Di fronte a questa notizia non mi straccio le vesti, perché mi pare che il relativismo riguardo ai sistemi di valori soggiaccia ad obiezioni decisive. Bisogna però capire entro quali limiti giudicare il nostro passato può avere un senso.
Cosa abbiamo il diritto di chiedere, col senno di poi, ai protagonisti della storia passata, affinché possiamo riconoscere in loro un esempio? È sufficiente che abbiano fatto, soprattutto, qualcosa di buono? Sembra a volte che si pretenda anche che non abbiano fatto nulla di cattivo, in particolare rispetto a quei temi che noi oggi giudichiamo più caldi: il rifiuto del razzismo e del sessismo, così come la tutela di altre categorie sociali a rischio di discriminazione. Ma bisogna avere, diciamocelo, idee piuttosto vaghe sulla storia dell’umanità, per pensare di scandagliare il passato alla ricerca di figure che siano perfettamente in linea con i valori della nostra epoca: basta volgere lo sguardo un po’ indietro, anche solo di quarant’anni, per ritrovare tante eredità di un mondo dominato dalla brutalità; per non parlare di quello che accadeva ancor prima. In pratica, se i requisiti che un personaggio storico deve soddisfare coincidono con le priorità che sentiamo oggi, l’insieme di coloro che soddisfano tutti questi requisiti non è altro che l’insieme vuoto.
L’atteggiamento di chi apparentemente mira a salvare solo i puri – ammesso che ne siano mai esistiti – mi ricorda, più che la veemenza delle battaglie politiche, il furore di certi gruppi religiosi: assistiamo ad una sorta di riproposizione, in chiave laica, della convinzione di poter indovinare il giudizio di Dio sulla parabola esistenziale di quelli che stanno sotto il cielo e di quelli che non ci sono più. Questo atteggiamento rigido, lontano da qualunque forma di indulgenza, risulta spesso difficile da comprendere per noi italiani, forse perché è più in linea con la tradizione culturale del Protestantesimo calvinista che con quella del Cattolicesimo – qui, per un attimo, mi sono permesso un passaggio su un terreno che non è il mio, ma torno subito al punto.
Non potendo farci dettare da qualcuno lassù la lista dei soggetti a cui intitolare strade e monumenti, dobbiamo prendere atto che questo lavoro tocca a noi. Nell’assumere questa responsabilità, riconosciamo il nostro smarrimento nell’affrontare il futuro e cerchiamo nel passato delle figure che ci hanno guidato fino al punto in cui siamo arrivati. Ad esempio, riconosciamo in Jean-Jacques Rousseau colui che ha enucleato il concetto di sovranità popolare, sancito nell’articolo 1 della nostra Costituzione; sappiamo anche che lo stesso personaggio, pur avendo scritto riflessioni fondamentali sul tema dell’educazione, confessò di aver lasciato all’orfanotrofio i suoi figli naturali; ciò nonostante, continuiamo a riconoscere i meriti di Rousseau, forse perché non ci interessa giudicare l’uomo, bensì riconoscere il valore di ciò che ci ha lasciato. Inoltre non mi pare affatto necessario che la corrispondenza di valori fra noi e le figure del passato debba essere totale: ad esempio, riconosciamo che Camillo Benso, conte di Cavour, influì come pochi sull’unificazione territoriale dell’Italia (a cui si richiama l’art. 5 della Costituzione di oggi), anche se sappiamo che quest’unificazione territoriale fu conquistata soprattutto utilizzando la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali: una scelta in palese contrasto con l’art. 11 della nostra Carta.
Per concludere: non mi spaventa affatto l’idea che un domani possiamo giudicare diversamente alcune figure del passato e magari rimuovere qualche monumento, anche perché voglio ben sperare che in futuro ci sia bisogno di far posto nei parchi per qualche nuovo eroe, che magari deve ancora nascere. Ci vorrà allora un paziente lavoro di indagine storica, insieme con una buona dose di serenità di giudizio. Tutto questo, però, non potrà certo scaturire dalle tempeste di messaggi su Twitter, che in poche ore si abbattono su qualcuno per poi riversarsi altrettanto rapidamente su qualcun altro. Mi trovo d’accordo sull’idea che si possa e si debba giudicare il passato alla luce dei valori maggiormente condivisi nella nostra epoca, purché per “epoca” s’intenda un periodo di tempo più lungo della solita mezza giornata.