Copia e incolla e copia e incolla e copia e incolla

       Come tutti sanno, quelli che copiano le tesine da internet riceveranno dalla Befana cenere e carbone, mentre quelli che sdegnosamente si rifiutano di copiare fileranno dritti in Paradiso; eppure tanti continuano a far man bassa di tutto quello che c’è in giro da copiare, soprattutto su Internet. Il concetto di plagio e l’idea stessa di diritto d’autore sembrano sempre più evanescenti nella cultura diffusa, eppure tanti indizi ci suggeriscono che in questa fiera del copia-e-incolla c’è qualcosa che non va. Cosa, esattamente?

       C’è una risposta che abbiamo già sentito: far finta di aver scritto ciò che altri hanno prodotto con tanto sforzo è una specie di furto. Di questo si parla spesso, tipicamente partendo dal caso di qualche personaggio importante accusato di aver copiato parte della tesi di laurea; ma sono comunque vicende già disciplinate dalla legge e da tanti codici deontologici e regolamenti. Allora il compito veramente interessante non è dare la caccia ai soliti mariuoli, ma far luce sui meccanismi cognitivi che giustificano – solo in apparenza, secondo me – la pratica diffusa di scopiazzare quello che si trova in giro. Armandoci di un pizzico di intellettualismo, andiamo allora a calarci nella mentalità del perfetto copione. Di nuovo, cosa c’è che non va?

       Il problema, grosso come una casa, riguarda a mio avviso la qualità di quello che viene copiato e incollato. Lo si vede con chiarezza se si dà un’occhiata a qualche sito internet dove compaiono elaborati realizzati da studenti, oppure in tanti siti che offrono informazioni varie allo scopo di veicolare della pubblicità. Copiando una frase a caso e incollandola sulla barra di un motore di ricerca, si capisce in molti casi che il testo è stato copiato da una tesina, che riciclò una ricerca, che scopiazzò un sito, che cannibalizzò gli appunti che al mercato mio padre comprò. Mettersi a inseguire questa fuga di riferimenti è, oltre che difficile, molto deprimente: si capisce subito che ciascuno ha utilizzato materiale già esistente senza minimamente controllarne l’accuratezza (compresi i refusi e gli strafalcioni, che rimbalzano pari pari da sito a sito) e senza porsi minimamente il problema di dover indicare le fonti. Evidentemente è ancora molto diffusa, in tutte le fasce d’età, la convinzione infantile che tutto ciò che si trova “sulla rete” sia per ciò stesso degno di fede; eppure ormai dovremmo aver capito tutti che un sito internet lo può fare chiunque in pochi minuti. 

       Dietro questa pratica c’è un modello culturale, secondo il quale i contenuti della conoscenza, dati una volta per tutte nella forma del solito riassuntino, in quella forma sono riproducibili all’infinito. Cosa c’è da sapere, ad esempio, sulla Battaglia di Stalingrado? Quelle quattro cose che stanno scritte un po’ dappertutto, più o meno uguali. Il sapere, in questa chiave, non è altro che un insieme di pillole da mandare giù; per trovarle, possibilmente gratis, Internet è il luogo ideale. Assumendo questa prospettiva appare incomprensibile, se non patetico, il lavoro di un docente che si sofferma, ad esempio, sui punti oscuri della ricostruzione delle scelte compiute dalla Wehrmacht a Stalingrado, visto che al massimo i suoi studenti si chiedono: «Questa cosa ce la chiederà all’esame?».

       Obiezione. È normale che ai ragazzi a scuola si diano solo delle pillole, via via più sostanziose a mano a mano che si procede nel percorso formativo, perché i percorsi di ricerca sono riservati agli specialisti.

       Replica.  Credo che i ragazzi abbiano sempre diritto a toccare con mano, fin dalla più tenera età, il fatto che ogni lavoro di ricerca può proseguire oltre la raccolta dei contenuti essenziali. Il minimo che si può fare, per dare loro un’idea di questo lavoro ulteriore, è mostrare che le fonti di informazione vanno innanzitutto individuate e citate con precisione, perché possono essere messe in discussione e confrontate fra loro. Ogni bravo insegnante sa trovare dei modi per far sì che, almeno ogni tanto, gli studenti tocchino con mano questo aspetto essenziale dell’umano sapere. Se questo messaggio non passa, non ci si può meravigliare del fatto che gli studenti riducano tutto a quattro parole messe in croce e trovino in generale lo studio una cosa noiosa.

       Tornando alla triste realtà fatta di tesine copiate non si sa da dove, sarebbe interessante capire quali fattori alimentano questo diffuso contrabbando di pillole scadenti. Mi pare evidente – ahimè – che il luogo originario di coltura di tutto questo sono le istituzioni formative, a cominciare dalla scuola; ma questo vuol dire anche che è lì che il fenomeno potrebbe essere sradicato, se si coordinassero bene le forze per farlo. Da insegnante, qualche idea sull’argomento me la sono fatta. Gli attori sulla scena sono tanti e ciascuno ci mette il suo: studenti, famiglie, docenti, dirigenti, ispettori e ministri. Che gli studenti non vedano l’ora di copiare, magari per beccarsi un bel voto e ricevere un aumento di paghetta, non è certo una novità; né mi preme muover loro rimproveri che certamente hanno sentito mille volte. Quanto ai genitori, sarebbe interessante capire come mai molti di loro siano così allegri all’idea che i loro figli prendano bei voti (o riescano almeno a galleggiare al livello della sufficienza) grazie al fatto di aver scopiazzato della roba che non sarebbero neppure in grado di ritrovare a distanza di pochi minuti – per non parlare di quei genitori pronti a gettarsi nelle fiamme per recuperare una tesina già fatta ed evitare ai figli la fatica di redigerla o il rischio di andare incontro a un insuccesso. Sul fronte opposto ci sono i docenti, ai quali non può che stare a cuore il famoso proverbio secondo il quale l’importante non è dare un pesce, ma insegnare a pescare; eppure, di fronte a un bel branzino già sfilettato in pescheria – al limite anche una carpa decente – è difficile mettersi a fare storie. Per comprendere la reale consistenza dell’apprendimento di un alunno che ha prodotto un elaborato, bisognerebbe controllare tutto il processo di produzione, anziché soffermarsi sul prodotto e basta; ma intanto il prodotto è lì, è una pezza d’appoggio, che permette di testimoniare – almeno in apparenza – che il risultato è stato conseguito. Sul lavoro degli insegnanti preme l’aspettativa di dirigenti, ispettori e ministri, i quali chiedono prove del raggiungimento del successo formativo. Questo alimenta la tendenza a valutare il conseguimento dei risultati sulla base di elementi di facciata, come accade spesso anche su scala globale. Così diventa sempre più raro che si vada a controllare nel dettaglio quale reale lavoro c’è dietro un elaborato che complessivamente si presenta bene o benino. In questo modo le istituzioni formative si trasformano in vetrine, dove fanno mostra di sé i simulacri di un apprendimento che spesso non c’è. Questo scenario, che mi pare la negazione dell’idea stessa di scuola, a qualcuno parrà esagerato, ma certo non è inventato di sana pianta. Lo so, ci sono migliaia di alunni, genitori, docenti e dirigenti che si impegnano contro tutto questo, come salmoni che nuotano controcorrente per deporre le loro uova; ma la corrente che va nella direzione opposta si avverte sempre più forte, perciò deporre queste uova diventa sempre più difficile.

       Se sei d’accordo con quello che ho scritto, potresti copiare e incollare questo testo da qualche parte, facendo finta di averlo scritto tu. Così ricominciamo daccapo, all’infinito. Oppure vedi un po’ se ti viene un’idea migliore.

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