Diario, pag. 16

       Da un po’ di tempo seguo con interesse la silenziosa riforma dei titoli giornalistici messa in atto da un organo di informazione che pubblica su Internet (qualcuno forse lo riconoscerà). Ad esempio, se un leone fugge dallo zoo di Roma, su questa testata può comparire un titolo come: «Un leone è fuggito dallo zoo di Roma». Qualcuno si domanderà dov’è la novità, ma a pensarci bene i titoli di questo tipo erano scomparsi dai giornali ormai da lungo tempo.

       Nella prassi consolidata presso le redazioni giornalistiche abbiamo titoli sintetici, come: «Leone fugge dallo zoo di Roma», oppure formulazioni più sofisticate, come: «Paura a Roma, leone fugge dallo zoo». L’attenzione passa spesso dai fatti alle nostre reazioni, cosa che apre la strada anche alla possibilità che dietro il titolo non ci sia neppure un vero e proprio fatto. Ad esempio: «Un leone in fuga, l’incubo dei visitatori di uno zoo»; oppure sentite questa: «Messi in nerazzurro, il sogno di Moratti».

In una redazione in cui viene stabilita la regola di uscire con titoli trasparenti, come: «All’ex-presidente dell’Inter Massimo Moratti piacerebbe molto che Leo Messi giocasse nell’Inter», certi articoli semplicemente non vengono scritti, perché con un titolo trasparente nessuno li leggerebbe; ma in molte redazioni in cui i titoli si fanno alla solita maniera, sembra valga la regola opposta: se c’è speranza di trovare un fesso disposto ad abboccare ad un titolo ad effetto, si fa comunque l’articolo col materiale che c’è a disposizione.

Sullo sfondo di questa controversia sui titoli ce n’è un’altra, più profonda e più spinosa, sulla natura e sul futuro del mestiere di fare informazione. È un tema spinoso non solo perché complesso come tanti altri, ma perché al dibattito partecipano in larga misura gli stessi operatori del settore, con un aggravio di imbarazzo per tutti. È difficile infatti, per chi svolge un certo lavoro, esprimere pareri su come il mestiere va svolto, senza indirettamente dare del farabutto o dell’incompetente a chi fa scelte opposte. Il confronto fra colleghi dovrebbe essere sempre rispettoso e cordiale, ma la materia è importante, perciò la controversia a un certo punto si fa accesa. Alla fine mi pare che siamo arrivati a una specie di tregua armata fra due fazioni. Da una parte i custodi di una certa ortodossia della carta stampata, che cercano di sfruttare i canali digitali a volte anche in modo spregiudicato, ma sembrano poco disposti a mettere in discussione le basi tramandate del mestiere (ad esempio, quando la polizia fa un sequestro, o si tratta di «un vero e proprio arsenale» o è «un supermarket della droga», con tanto di foto dell’agente che indica la refurtiva). Dall’altra parte c’è chi, essendo partito direttamente da Internet, ha fatto piazza pulita di molti schemi ereditati, andando a ripescare anche cose che sembravano anticaglie del passato. Come i titoli trasparenti, che di fronte al succedere di un fatto, dicono semplicemente: «È successo questo fatto». Ci vedo una semplicità rivoluzionaria in tutto questo, l’improvviso spuntare di un orizzonte limpido in cui oltre ai discorsi possono esserci, addirittura, dei fatti. «Che poi alla fine scopri / che ti bastava quella nota sola / bellissima», canta il Poeta.

      

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