
Questo periodo post-elettorale si presta a qualche riflessione su come si possono trarre bilanci da una stagione passata – riflessione urgente soprattutto per coloro che hanno subito una bella batosta. Onestamente, non ho seguito tutta la serie delle dichiarazioni all’indomani del voto (per motivi su cui preferisco sorvolare, almeno ora), perciò parlerò nel modo più generale possibile, senza commentare i fatti dell’ultimo mese.
Cosa risponde di solito un politico di professione, quando riceve la richiesta di indicare il più grande errore che abbia commesso? C’è una risposta molto in voga, che è diventata ormai la mossa per tutte le occasioni: «Il nostro più grande errore è stato quello di non comunicare in modo efficace il senso e l’importanza di quello che abbiamo fatto» (esempi di dichiarazioni di questo tipo se ne trovano un po’ dappertutto, perciò perdonatemi se al momento non fornisco riferimenti). Dire che ci sono stati solo errori di comunicazione è un modo molto elegante per tirare dritto senza prendersi la briga di valutare se siano stati commessi errori di sostanza; è anche un modo per darsi arie di serietà dicendo che si è lavorato così tanto che non c’è stato il tempo di comunicare. Se questo format di risposta si ripete continuamente, è perché evidentemente l’opinione pubblica lo gradisce, o almeno mostra di gradirlo al momento delle elezioni. In fondo, cosa c’è di male?
C’è di male che viviamo in un’epoca in cui l’unico aspetto sul quale i protagonisti della politica non lesinano sforzi è proprio la comunicazione. In tutto il mondo (e certamente in modo particolare in Italia) si sono affermati, negli ultimi trent’anni, personaggi e formazioni politiche che hanno incentrato il loro intero progetto politico su un nuovo modo di presentare le loro idee, più che sulle idee stesse. Che proprio questi soggetti abbiano inventato la formula: «Avremmo dovuto dedicarci di più alla comunicazione», suona proprio come una beffa. Ma c’è anche, e soprattutto, un danno: chi si assume la responsabilità dei soli errori comunicativi, ostentando in apparenza uno scarso interesse verso la comunicazione, diffonde ancora una volta l’idea che in politica l’unica cosa di cui val la pena parlare è l’apparenza, la sovrastruttura. Evidentemente si considera ancora normale che i problemi di sostanza non possano essere affrontati con lo sguardo aperto al cambiamento. Mica possiamo fare veramente politica…