
Sembra esserci un bel po’ da fare, in questo periodo, per chi lavora nella diplomazia internazionale: prima ci si è messo il neo-presidente americano Biden, che ha risposto candidamente in modo affermativo a chi gli chiedeva se il Presidente della Russia fosse un assassino; poi il nostro presidente del Consiglio Draghi, all’indomani di un incidente di protocollo con la Turchia, se n’è uscito dicendo che il presidente Erdogan non è altro che un dittatore; infine, ancora Biden ha tagliato corto nei rapporti con la Turchia, dicendo che le deportazioni e le stragi di Armeni compiute ai tempi dell’Impero ottomano possono essere considerate un genocidio. Qualcuno si è entusiasmato per l’improvviso rigurgito di orgoglio delle democrazie occidentali, prendendosi addosso l’accusa di maleducazione; qualcun altro ha richiamato la sottile distinzione fra dittatura e autocrazia; tanti si sono domandati cosa stesse passando nella testa di leader politici che immaginavamo più inclini al compromesso.
Non sto cercando di mettere su un banchetto come esperto di geopolitica, anche perché ne abbiamo già a frotte; trovo interessante però l’oggettivo cambio di strategia comunicativa che vedo in questi tre episodi. Fatico a pensare che un politico che ha completato due mandati come vicepresidente degli Stati Uniti si lasci scappare una parola di troppo semplicemente per ingenuità o inesperienza, così come non posso immaginare che non sappia soppesare le parole uno che è stato per molti anni alla guida della Banca Centrale Europea (ancora oggi viene ricordato come colui che, pronunciando tre fatidiche parole, salvò l’Euro dal disastro). Semplicemente, in tre occasioni molto vicine fra loro abbiamo assistito alla rottura di una prassi comunicativa consolidata in politica estera. La domanda è semplice: «Perché è accaduto?». Se rinunciamo a fare ipotesi basate sulla psicologia individuale e per un attimo smettiamo anche di chiederci se sia opportuno o no dire che un dittatore è un dittatore (o autocrate, se preferite), abbiamo almeno un’idea guida: siamo di fronte a indizi di qualcos’altro.
Cosa sia questo qualcos’altro, non mi sogno neanche di provare a dirlo io, ma mi pare abbastanza chiaro che qualcosa di importante deve essere accaduto, in questi mesi, per determinare un così forte mutamento nello stile comunicativo nei rapporti fra democrazie occidentali e Stati autoritari, nell’area che comprende Europa orientale e Mediterraneo. Se fosse solo un rigurgito di orgoglio delle democrazie occidentali, bisognerebbe spiegare perché arriva solo ora; allora, più probabilmente, si tratta di una reazione a un’offensiva già in atto in quell’area geografica. Dobbiamo fare attenzione non solo a Russia e Turchia, ma anche a scenari solo apparentemente secondari, come l’Ucraina, la Siria, la Libia. Che sta succedendo? Di queste cose noi semplici cittadini non sappiamo molto, ma per fortuna a questo si può sempre rimediare.
(Aggiunto il 28 giugno 2021)