Filosofia analitica

       È un modo di fare filosofia diffuso soprattutto nei Paesi anglosassoni e in Scandinavia. Nel resto d’Europa ha conquistato spazi via via maggiori a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, anche grazie alla costituzione della European Society for Analytic Philosophy (ESAP) e, da noi, della Società Italiana di Filosofia Analitica (SIFA). Questo tipo di filosofia si caratterizza per la ricerca della massima chiarezza nell’esposizione e per la tendenza ad articolare in modo dettagliato le ragioni che sostengono una tesi, su ispirazione del modello di razionalità offerto dalle scienze. La filosofia analitica viene spesso fatta risalire ai filoni di ricerca avviati da Gottlob Frege (1848-1925), Bertrand Russell (1872-1970) e Ludwig Wittgenstein (1889-1951), ma non consiste in uno studio sul pensiero di questo o quell’autore del passato, bensì in un tentativo di affrontare in modo diretto i problemi filosofici, con uno sguardo orientato alla possibilità di risolverli, almeno entro certi limiti. Alcuni autori hanno cercato di individuare un nucleo di tesi specifiche che definiscano la filosofia analitica in termini teorici, ma questi tentativi non hanno mai raggiunto un pieno consenso fra gli studiosi. Soprattutto, è stato notato, abbiamo bisogno di una caratterizzazione «vivida» di questo stile filosofico: qualcosa che dia un’idea concreta del tipo di lavoro di cui stiamo parlando. Portando alle estreme conseguenze quest’ultimo auspicio, voglio presentare qui qualcosa di molto concreto, senza nessuna pretesa di rigore teorico – dopo tutto siamo su un blog in cui si parla sì di filosofia, ma soprattutto d’altro.

       Come genere di scrittura, la filosofia analitica di solito si presenta sotto forma di paper: testi abbastanza brevi (dalle 20 alle 40 pagine), per lo più in Inglese, presentati in vari incontri di studio e a un certo punto pubblicati su qualche rivista per addetti ai lavori. Lo stile è spesso di una semplicità disarmante, ma estremamente tecnico, tanto che si fa spesso ricorso a formulazioni in linguaggio simbolico, simili a quelle che troviamo in matematica. Ogni dettaglio è determinante per il risultato finale, perciò al lettore è richiesta una grande attenzione. Detto francamente: chi non possiede una notevole autodisciplina e una forte motivazione ad andare fino in fondo, con questo genere di testi si annoia presto e a un certo punto lascia perdere. Invece quelli che amano la sfida dei rompicapi, dopo tanto sforzo, vengono ripagati dal sottile piacere di capire. A un certo punto il lettore si accorge di problemi che neanche l’autore aveva notato, così la lettura si trasforma in nuova scrittura, in un rapporto fra autore e lettore che può essere del tutto paritario, anche perché le occasioni di incontro non mancano.

       Ci sono i convegni di studio, che di solito hanno un pizzico di formalità, perché i programmi sono fitti, con relazioni che a volte si susseguono quasi senza fiato; in ogni caso, però, c’è sempre un po’ di spazio per la discussione. Nella discussione si va dritto al sodo, senza spazio per i complimenti e i ringraziamenti. Si fanno domande vere e vere obiezioni. Non c’è alcuna differenza tra il famoso professore ordinario e l’ultimo dei dottorandi: l’unica cosa che conta è capire chi ha ragione. Le discussioni si protraggono, talvolta in modo estenuante, a pranzo e cena o sotto un portico, intervallate con discorsi d’altro tipo. Nei bar e nei ristoranti frequentati dai convegnisti, i camerieri captano brani di conversazioni e poi si rifugiano in cucina, forse per scambiarsi occhiate complici.

       Ci sono poi i seminari, che sono incontri molto più informali, ciascuno dedicato a una sola relazione, con un tempo di discussione molto ampio. Mi restano nel cuore i seminari del ciclo “Mente e linguaggio” alla Statale di Milano, a partire dagli anni Novanta: all’inizio, ancora studente, mi ci ritrovai come un naufrago che ha trovato finalmente uno scoglio a cui aggrapparsi. Lì nessuno si dava arie, non c’era la solita sassaiola di citazioni dotte, spesso si scherzava. Ancora più informale era lo spirito del “Seminario del venerdì” a Parma, durante il decennio che partiva col Duemila: c’era un bel gruppo di docenti, ricercatori e studenti, a cui si aggiungevano volta per volta colleghi vari che calavano agguerriti da tutta l’Italia centro-settentrionale. Stavamo seduti attorno a un tavolo e discutevamo per l’intero pomeriggio, proseguendo poi a oltranza in birreria. Spesso le domande e le obiezioni fioccavano già durante il lavoro di presentazione e non finivano più. A volte si perdeva il filo del discorso, ma se c’era un problema si andava giù duro, senza guardare in faccia a nessuno. A un occhio esterno tutto questo sarebbe potuto sembrare un po’ scortese, ma in realtà ci divertivamo e nessuno si offendeva. Ricordo giusto un caso in cui la persona invitata a parlare – evidentemente non molto a suo agio con lo stile analitico – si trincerava dietro frasi come: «Sono questioni complicate, che non possiamo affrontare per mancanza di tempo…». Le fu risposto con quello che per noi era una specie di motto: «Abbiamo un sacco di tempo!».

       Una volta fui invitato ad aggiungermi ai dottorandi di Bologna, per un seminario con un filosofo inglese che aveva provocato un’ampia discussione con un libro intitolato Truth. Avevo appena letto quel libro e cominciavo proprio allora a definire il progetto della mia tesi di dottorato. Con un preavviso di ventiquattro ore o poco più, mi fu chiesto di presentare nel seminario una mini-relazione sul concetto di verità. Di notte, mentre gli altri dormivano, buttai giù qualche appunto: cercavo di mostrare che alcuni passaggi chiave di Truth potevano essere letti in un certo modo particolare, che provai a illustrare. Abituato alle ricostruzioni fedeli compiute dagli storici della filosofia, pensavo che questo potesse essere comunque un buon servizio da rendere all’autore che avevo davanti. A lui invece l’idea non piacque gran che: si aspettava che io esponessi un mio «point»: una tesi da sostenere, anche di piccolo conto, che fosse comunque il segno di un mio pensiero originale. Evidentemente trovava un po’ assurdo di dover assistere da vivo a un lavoro di esegesi che di solito è riservato agli autori che non ci sono più. Fu così che da quel giorno lavorai un bel po’ a quel famoso point, che in ventiquattro ore mi era uscito un po’ abbozzato. Comparve tre anni dopo nella mia Tesi e poi, sistemato meglio dopo un altro paio d’anni, in un articolo su una rivista. Può sembrare strano, ma non è raro che il lavoro di raffinamento su un’idea possa durare così a lungo, visto che spesso si lavora su più progetti in contemporanea.

       Un’altra volta, a Milano, venne a trovarci un filosofo irlandese attivo a Ginevra e riconosciuto come un caposcuola in tutta l’Europa. Ascoltai con piacere la sua relazione, cercando però di raccogliere le idee su qualcosa che non mi quadrava del tutto. Alzai la mano e cominciai a esporre degli elementi di perplessità, ma feci fatica ad articolare la mia critica in modo chiaro. La risposta del professore, in un Italiano impeccabile, fu semplice e disarmante: «Quale proposizione, fra quelle che io affermo, tu neghi?». Eh, già… non avevo pensato a metterla in questi termini, eppure il problema è tutto lì: se un disaccordo c’è, prima bisogna capire dove sta, poi parliamo. Ancora oggi, quando cerco di capire in che cosa consiste esattamente un problema, mi sembra di avere ancora davanti il mio caro professore, che davanti alla lavagna, armato di pennarello, mi sfida con gentilezza a fare meglio.

       Avrei tante altre storie da raccontare, ma prima di scrivere un libro di memorie credo sia meglio aspettare di diventare ricco e famoso. Non c’è fretta.

Lascia una risposta