Diario, pag. 17

       Mi piacerebbe che i siti internet dei principali organi di stampa offrissero i loro contenuti a pagamento anche in una forma più semplice, quella del pagamento di una specie di gettone per un singolo articolo. Come è noto, nella maggior parte dei casi non è così: ai lettori vengono di solito proposti alcuni contenuti in forma gratuita (spesso infarciti di pubblicità), poi a un certo punto scatta la mannaia: o ti abboni o niente. 

       Provo a spiegarmi con un paragone: se ho bisogno di un martello e di un po’ di chiodi, non mi aspetto che mi si dica che devo comprare tutto il negozio di ferramenta; se mi viene proposto di pagare un fisso per prelevare in modo più libero anche altri beni, posso valutare la proposta, ma non capisco perché mi devo sentir dire che o spendo una fortuna per la possibilità di accedere a quello che in questo momento non mi serve oppure resto fuori dal negozio.

       La metafora del mercato, applicata all’informazione, può fare storcere qualche naso, ma entro certi limiti mi pare un buon punto di partenza. Da una parte ci sono delle persone che cercano notizie e commenti di una certa qualità; dall’altra c’è qualcuno che offre questi contenuti e ha bisogno di sostentare il proprio lavoro. Stabilite le tariffe del servizio, se un lettore ritiene ragionevole la proposta, paga per il servizio, altrimenti va da qualche altra parte. Perché mai tutto questo deve avvenire soltanto in blocco, senza la possibilità di acquisti singoli? Azzardo una risposta: perché i giornali, in difficoltà nelle vendite ma soprattutto a corto di idee su come sopravvivere, tentano di aggrapparsi alla pigrizia dei lettori, alle loro vecchie abitudini. Puntano sul fatto di catturare un lettore ogni tanto e di fare cassa, poi si vedrà. 

       Non metto in discussione l’utilità degli abbonamenti, anche perché oggi esistono modalità nuove di sottoscrizione, che mi sembrano interessanti. Ad esempio, si può versare un contributo volontario a un organo di stampa, come modo per sostenere un progetto innovativo e impedire che fallisca; in cambio si possono ottenere dei servizi aggiuntivi, o semplicemente la soddisfazione di portare avanti una sfida collettiva. Mi vengono in mente degli esempi di progetti editoriali che apprezzo così tanto da pensare magari di sostenerli con spirito quasi quasi missionario; ma fatico proprio ad avere un atteggiamento di questo tipo nei confronti della maggior parte della stampa generalista. Riconosco che i grandi quotidiani a tiratura nazionale svolgono un servizio essenziale e qualificato, anche se a volte presentano articoli che a mio avviso non meriterebbero di essere pubblicati; riconosco che ospitano talvolta firme degne della massima attenzione; ma perché mai dovrei scegliere un solo organo di stampa con cui stipulare una specie di matrimonio, rinunciando di fatto ad avere altre frequentazioni di lettura? Semplicemente, mi viene impedito di fare altrimenti. È una situazione che non mi pare avere nulla a che fare con il mercato e che se mai mi sa di rendita (temporanea) di posizione.

       Questa situazione nasce forse dal fatto che le testate giornalistiche hanno in mente soprattutto un tipo di lettore: quello che sente il bisogno di aggiornarsi quotidianamente sulle notizie più recenti. Questo tipo di lettore magari compra volentieri, una volta per tutte, i servizi di aggiornamento offerti dalla testata giudicata come migliore. Ma la stampa assolve anche un altro compito, quello di consentire approfondimenti. Se, per esempio, sto cercando di chiarirmi le idee sulle rivolte degli studenti a Hong Kong, cercherò di leggere ciò che è stato scritto su più testate (e ovviamente non potrò certo abbonarmi a tutte). Leggendo qua e là, posso imbattermi ad esempio in un dossier di un mese fa, o anche di un anno fa, che per me può avere un valore. In questo caso io sarei pronto a spendere una cifra accettabile, purché mi si dica qual è la richiesta. Se la domanda e l’offerta di informazione non possono incontrarsi, è un vero peccato per tutti. Ci si lamenta spesso del fatto che i giornali vanno in crisi, ma se sbattono la porta in faccia ai lettori non c’è troppo da meravigliarsi.

   

Facebook.com/discorsisulmetodo/community/

Lascia una risposta