
Qualche tempo fa, proponendo un elenco dei punti di partenza minimi per una discussione sulla situazione in Palestina, ho evitato di dire che a Gaza è in atto un genocidio. Il motivo è semplice: non si tratta di qualcosa di ovvio, ma di una tesi che va argomentata. Come è noto, la questione è in esame presso la Corte Internazionale di Giustizia, dove si annuncia un lavoro difficile. Sarà complicato, infatti, dimostrare che si tratta tecnicamente di un genocidio, perché non basta provare che sono state perpetrate violenze sistematiche e omicidi su larga scala: bisogna anche dimostrare che c’è stato il deliberato intento di infliggere sofferenze ai membri di un popolo per il solo fatto che essi appartengono a quel popolo. Su questa questione specifica sarebbe opportuno attendere l’esito della controversia legale, anche se per qualcuno questo può essere un boccone duro da digerire.
Fatte queste precisazioni, non capisco perché si grida allo scandalo se ogni tanto vola qualche parola fuori dalle righe: la sostanza delle cose è che da sette mesi assistiamo a uno spettacolo che dovrebbe fare orrore a chiunque abbia a cuore il rispetto dei diritti umani, al di là delle appartenenze e degli orientamenti politici. Non c’è bisogno di aspettare la sentenza della Corte di Giustizia per dire che l’azione di Israele su Gaza fa a pugni con le più elementari raccomandazioni in materia di conflitti armati, tanto che la stessa Corte di Giustizia ha espresso preoccupazione. Il punto essenziale è pretendere che sia protetta la popolazione civile, soprattutto quella più debole, indipendentemente dal fatto che l’accusa di genocidio sia provata.
Obiezione 1. Gli attentati del 7 ottobre scorso sono stati condotti con una ferocia tale da giustificare una risposta dura, che non può fermarsi entro i limiti delle ordinarie rappresaglie di guerra.
Replica. Il 7 ottobre Israele ha ricevuto attestazioni di solidarietà da parte di tutto il mondo civile (del mondo incivile, per principio, non parlo). Quella solidarietà doveva essere onorata con comportamenti conseguenti, non utilizzata come lasciapassare per qualunque tipo di azione. È stata persa l’occasione di una reazione autorevole, che potesse fare da modello per il mondo intero. Non mi salta in mente di mettere Israele e Hamas sullo stesso piano, ma se all’indomani degli attentati potevamo dirci (quasi) tutti israeliani, è bastata una manciata di giorni perché la scelta di campo in favore di Israele cominciasse a provocare un certo disagio, fino a mettere in imbarazzo anche gli alleati storici. Del resto, chi ha espresso solidarietà agli israeliani ha implicitamente riconosciuto il diritto di Israele a difendersi, ma non ha mica detto: «A Gaza fate quello che vi pare».
Obiezione 2. È una guerra difficile, condotta contro un nemico che si nasconde e utilizza le strutture civili per proteggersi, a danno della popolazione civile stessa. È impossibile combattere una guerra di questo tipo senza coinvolgere le strutture civili e la popolazione.
Replica. Se quest’operazione era così difficile, allora dovevate farvi aiutare, fin dall’inizio. Dovevate avere l’umiltà di condividere ogni vostra scelta con la comunità internazionale, affinché questa si prendesse in carico il problema della lotta al terrorismo, che è un problema di tutti. Una risposta gestita così sarebbe stata forse più lenta, ma sarebbe stata più credibile a livello politico e più efficace sul lungo termine. Non si capisce infatti a cosa serva sgominare militarmente Hamas, se il terrorismo palestinese gode ancora di un’ampia rete di consenso e finanziamento. Dopo il 7 ottobre si sarebbe potuta tracciare una linea netta fra la barbarie e la civiltà, con il coinvolgimento di tutti quelli che non accettano il terrorismo; invece è stato fatto il contrario esatto: il governo israeliano è andato avanti per conto suo, promettendo di ottenere rapidamente una vittoria militare e intanto devastando un’intera regione, senza uno straccio di progetto per gli anni a venire. Come da tutto questo possa nascere la pace è difficile anche immaginarlo.
Infine, la strategia di risposta unilaterale su larga scala, che sta suscitando già lo sgomento di mezzo mondo, sembra basarsi anche sulla premessa che questo metodo abbia funzionato in passato. Ma, di grazia, quali elementi giustificano quest’assunzione? Da decenni vediamo le ruspe che spianano interi quartieri e siamo sempre allo stesso punto, anzi peggio.
Ora mi tocca chiudere pure con una frase che esprima un’apertura alla speranza, ma purtroppo sono a corto di retorica. Temo che il peggio debba ancora venire.