
Dopo i raid dello scorso 7 ottobre su Israele e la guerra che ne è seguita, discutere sulla questione israelo-palestinese è diventato più difficile che mai, almeno per chi non si trova a proprio agio nelle contrapposizioni settarie. Con l’inizio dell’ultima guerra sono venute allo scoperto posizioni fortemente orientate, evidentemente già consolidate a causa di un logoramento pluridecennale, che nelle ultime settimane ha assunto solo maggiore intensità. Lascio agli esperti il compito di indicare le vere e proprie strategie per arrivare alla fine di questa guerra, ma voglio contribuire a sgomberare il campo da alcuni atteggiamenti diffusi, che a mio avviso intossicano il dibattito pubblico e allontanano la pace ogni giorno di più. Elencherò qui alcune premesse che mi paiono necessarie (ma non sufficienti, lo so bene) per il raggiungimento della pace in Palestina: sono condizioni per me così ovvie che non mi preoccuperò di argomentarle, contrariamente a ciò che faccio di solito. Il punto è questo: se non riusciamo a metterci d’accordo neanche su questi sette punti, non dobbiamo stupirci se la pace in Palestina non arriva e forse non arriverà mai.
Prima premessa: l’attacco compiuto contro Israele il 7 ottobre non può essere in alcun modo giustificato. Le sofferenze patite dal popolo palestinese negli ultimi settantacinque anni, in larga misura causate da scelte colpevoli compiute da Israele, spiegano in buona parte come mai siamo arrivati al terrorismo, ma non giustificano un bel niente. Per questo Hamas, organizzazione che ha organizzato e rivendicato l’attacco, non merita di essere riconosciuta come interlocutore: è solo una banda di tagliagole, con cui non c’è da discutere. Le trattative per il rilascio degli ostaggi sono ben comprensibili, come scelta umanitaria o come tattica, ma non conferiscono ad Hamas alcuna legittimazione politica.
Seconda premessa: Israele ha diritto di difendersi. È uno Stato sovrano, i cui confini sono stati violati per compiere stragi, violenze terribili e rapimenti di cittadini. Gli sforzi per arrivare a una tregua umanitaria sono sempre benvenuti, ma deve essere chiaro che Israele ha tutto il diritto di colpire le postazioni da cui tuttora partono gli attacchi e ha il diritto di andare a riprendersi gli ostaggi, anche se fossero uno solo, vivo o morto. Il fatto che in Israele ci sia chi, disgustato dal trattamento riservato dall’esercito ai palestinesi, sceglie di non combattere e ne paga le conseguenze, può suscitare in noi rispetto e ammirazione; ma non possiamo pretendere che un popolo intero non combatta per la propria sicurezza.
Terza premessa: il diritto di difendersi (e di contrattaccare, se lo scenario militare lo richiede) non è un lasciapassare per qualunque azione, nell’ambito delle operazioni militari. Le convenzioni internazionali sui conflitti armati vanno rispettate, punto e basta. Non è tollerabile che lo Stato di Israele si sottragga al suo dovere di tutelare il più possibile la popolazione civile palestinese e le sue strutture abitative. Sappiamo bene che la situazione, anche da un punto di vista militare, è ben difficile da gestire: il nemico si nasconde e si camuffa, usa tunnel sotterranei, scudi umani eccetera; ma non si può accettare la scorciatoia di chi, pur di sconfiggere il nemico rapidamente, pensa di distruggere tutto e basta.
Quarta premessa: Israele non ha diritto ad alcuno status speciale nella comunità internazionale. È un Paese come gli altri, con una storia certamente travagliata alle spalle, ma quella storia non gli conferisce alcun gettone di impunità da spendere nel presente. In questo senso va rigettata l’accusa di antisemitismo riservata spesso a chiunque critichi le politiche di Israele: essere contro il governo Netanyahu non vuol dire essere antisemiti, così come non è anti-italiano chi critica il governo Meloni. L’antisemitismo è un problema ben serio, che non merita di essere trasformato in una specie di prezzemolo da mettere in tutte le minestre.
Quinta premessa: la costituzione di uno Stato di Palestina, accanto a quello di Israele, deve essere l’obiettivo. Si può discutere sul come, ma non sul se. È evidente anche ai bambini che l’ambiguità dei governi israeliani su questo punto ha alimentato gli atteggiamenti anti-israeliani nella popolazione palestinese. Il ripetuto incoraggiamento alla costituzione di insediamenti ebraici in Cisgiordania è andato chiaramente nella direzione opposta all’obiettivo di una piena sovranità palestinese. Va benissimo, se vogliamo che la guerra prosegua anche nel XXII secolo.
Sesta premessa. Le parole sono importanti, anche durante la guerra. Ad esempio, non si può tollerare che esponenti di primo piano della politica israeliana usino espressioni come «vendetta» o «distruggere Gaza». Qualcuno potrebbe chiedersi a cosa servano le parole di pace, se intanto parlano le bombe; eppure è importante che chi combatte indichi con chiarezza qual è la visione di lungo termine che dovrebbe giustificare l’uso della forza. Non basta dire che si combatte per vincere o per annientare il nemico: bisogna spiegare, anche a chi sta dalla parte opposta, qual è l’obiettivo che potrà essere realizzato quando la guerra sarà finita; soprattutto, questo obiettivo deve essere desiderabile per tutte e due le parti. Per troppo tempo il governo israeliano ha parlato soltanto al suo popolo, dimenticando che di popoli ce ne sono tanti: quello ebraico, quello palestinese e i mille popoli del mondo che non aspettano altro che parole di pace. A proposito…
Settima premessa. Pace non vuol dire solo assenza di guerra, ma volontà di convivere insieme, apertura al valore degli altri in quanto altri. Per dimostrare che si punta veramente alla convivenza pacifica, servono parole concilianti e soprattutto gesti concreti: iniziative umanitarie di ampio respiro e progetti di cooperazione; concessioni territoriali; cessazione delle provocazioni politiche come la colonizzazione dei territori occupati. Se questi gesti di buona volontà si sono visti raramente, non c’è da meravigliarsi se quest’ultima guerra è scoppiata ed è chiaro che non ci sono ancora i presupposti perché finisca veramente, al di là dell’esito strettamente militare.
Dopo aver letto questo testo, qualcuno lo troverà troppo filoisraeliano; qualcun altro penserà che è troppo filo-palestinese; i più forse lo vedranno come troppo neutrale. A chi non è soddisfatto chiedo solo di rispondere a una domanda: «Quale proposizione, fra quelle che io affermo, tu neghi?» (cit.). E soprattutto, con quali motivazioni?
Ho letto, condivido in toto. Ciò che mi appare assurdo e sconcertante è che nella realtà queste sette ragionevolissime premesse sembrino utopia.
Grazie per il sostegno! Mi fa piacere non tanto perché siamo d’accordo (dal disaccordo possono nascere le idee nuove), ma perché mi confermi che purtroppo c’era bisogno di elencarle, queste premesse. Magra soddisfazione, comunque.