Premesse

       Una premessa è il punto di partenza di un ragionamento presentato in un discorso che mira a persuadere qualcuno. Essa può trovarsi in qualunque punto del discorso, anche dopo che sia stato detto qual è il punto d’arrivo (la conclusione, ovvero la tesi che si intende sostenere), perché l’organizzazione logica del ragionamento è indipendente dall’ordine delle frasi nel testo (così come, in un film, la lista dei personaggi in ordine di apparizione non rispecchia per forza l’ordine d’importanza). 

       Un po’ più tecnicamente, una premessa è un elemento di un testo argomentativo per il quale non viene fornita una giustificazione. Se un’argomentazione è il tentativo di arrivare a una certa tesi ragionando a partire da altre proposizioni, una premessa è uno di quegli elementi che stanno all’inizio del processo: non hanno un elemento precedente. Il fatto che ogni processo argomentativo parta da qualcosa di non dimostrato non è di per sé prova dell’inutilità dell’umana disposizione ad argomentare, ma certamente ne mostra i limiti e la fragilità.

       Di solito chi studia i processi argomentativi raccomanda a chi vuole sostenere una tesi di scegliere le premesse in base all’uditorio o al lettore a cui ci si rivolge. Dobbiamo partire da ciò che il nostro interlocutore condivide già con noi, per portare chi sta seguendo il nostro ragionamento ad accettare la tesi che vogliamo dimostrare. Ad esempio, una premessa come: “La vita è un bene importante” potrebbe comparire in un’argomentazione per convincere una persona favorevole alla pena di morte ad abbandonare questa convinzione. Adeguare le premesse all’interlocutore vuol dire anche usare le premesse con parsimonia, evitando di dare per scontato ciò che scontato non è affatto.

       Il fatto che un uso smodato delle premesse sia sanzionato come inopportuno dagli esperti non impedisce che questa usanza scorretta sia praticata spesso, più o meno come la riprovazione diffusa nei confronti del furto non impedisce che un buon numero di persone si dedichi a quest’attività. In entrambi i campi, se le violazioni delle regole persistono, è anche perché evidentemente il crimine paga, almeno entro certi limiti. Nel campo dell’argomentazione, partire dando troppe cose per scontate è rischioso, ma può funzionare, almeno in certi casi. Sarebbe interessante dare una panoramica sulle situazioni in cui questo avviene, ma non mi risulta che esista una vera e propria bibliografia su questo argomento. Perciò provo a buttare giù qualche appunto, sperando di non pestare i piedi a nessuno e, soprattutto, di non pestare qualcosa di peggio.

       Intanto mi permetto un paragone un po’ ardito: un’argomentazione in cui si faccia largo uso di premesse è un po’ come una partita di calcio giocata con la difesa “alta”, cioè con tutta la squadra sbilanciata in avanti. Come sanno gli esperti sportivi, questa tecnica tende a far aumentare le occasioni per andare in gol, ma aumenta il margine di rischio in difesa; va perciò gestita con una certa cura. È una strategia che può comunque dare buoni risultati, in quanto genera pressione psicologica nell’avversario, impedendo a quest’ultimo di elaborare una propria strategia. È un po’ quello che succede quando ascoltiamo qualcuno che difende le sue idee con molta enfasi: ci sembra di avere perso dei passaggi del discorso, ci resta la vaga impressione che potremmo organizzare il nostro contropiede argomentativo, ma nel frattempo stiamo ancora tamponando la manovra offensiva altrui.

       Sarebbe interessante indagare la correlazione tra lo stile oratorio di chi aggredisce il proprio interlocutore dando un sacco di cose per scontate e la sudditanza psicologica in cui la controparte si ritrova ad un certo punto. Più difficile, invece, è capire se in questo campo venga prima l’aggressività dei lupi o la remissività degli agnelli. Azzardo la mia risposta: sono gli agnelli a creare i lupi, non viceversa. I lupi dell’argomentazione sanno riconoscere senza difficoltà gli altri lupi e se ne tengono alla larga. Quando però vedono un agnello, mettono in atto una serie di tecniche per far apparire come ovvie delle cose che non lo sono affatto; il motivo per cui lo fanno è che sanno benissimo che quasi sempre l’operazione riuscirà. Basta usare trucchi come i seguenti: dire che solo un cretino non sarebbe d’accordo, dare in escandescenze non appena qualcuno si azzardi a esprimere dubbi in merito, dire che ci sarebbe da vergognarsi anche solo a dubitarne per un attimo.

       Queste mosse, estremamente rischiose se impiegate di fronte ad un interlocutore sconosciuto, sono efficacissime in quelle situazioni in cui si è già stabilita un’asimmetria nella relazione fra i contendenti, a volte in virtù di un forte legame affettivo. Chi subisce la strategia dell’abuso di premesse spesso molla il colpo, perché sente che non saprebbe gestire a livello emotivo le conseguenze di una messa in discussione dell’avversario (il quale nel frattempo è avanzato un altro po’). Chi invece domina questo gioco sfrutta l’incertezza altrui, per generare altra incertezza. Alcune volte questo schema viene smascherato, cosicché lo stesso legame affettivo che è alla base del rapporto fra i due soggetti rischia di andare in crisi; ma nella maggior parte dei casi si va avanti, sempre peggio.

       Un altro ambito di applicazione per queste considerazioni è quello delle relazioni asimmetriche tra un soggetto che (non) argomenta e una moltitudine di destinatari. Ad esempio: nel rapporto fra un leader politico e i suoi sostenitori (caso ampiamente studiato nel campo della psicologia sociale), oppure fra l’autore di un saggio e i suoi lettori (caso di cui si occupano di solito i detrattori del saggio e del suo autore). Mi pare di capire, sinteticamente, che chi si esprime con formule oracolari, senza argomentare, trovi terreno fertile in coloro che, per motivi del tutto personali, hanno bisogno di provare certe emozioni che vengono provocate da questo tipo di comunicazione. A quel punto, potremmo dire, diventa secondario anche capire quello che è stato detto: quello che conta è essere sicuri che sia vero.

Lascia una risposta