Diario, pag. 25

       Ora che a Gaza sembra che si stia per voltare pagina, invece di cedere al facile ottimismo, dovremmo se mai ripensare a quello che è successo e fare un bilancio franco di questi due anni. In particolare, mi sembra interessante chiedersi se su queste vicende c’è stata, in tutto questo tempo, una vera e propria linea politica del governo italiano. Questa domanda può sembrare così periferica, rispetto alla questione israelo-palestinese, da apparire quasi futile; ma credo che meriti attenzione, perché dopo tutto noi italiani abbiamo un interesse naturale a voler capire cosa ha fatto, o non ha fatto, il nostro governo; e poi, in un mondo interconnesso come quello in cui viviamo, nessun attore sulla scena va sottovalutato rispetto al ruolo che può svolgere, o non svolgere, per cambiare (o non cambiare) lo stato delle cose.

       A prima vista può sembrare che il nostro governo abbia proceduto in modo confuso in questi due anni, perché sicuramente i pronunciamenti sono andati in più direzioni, sempre all’insegna di una cautela che a molti è parsa eccessiva. Eppure io credo che una linea politica del governo Meloni, nel complesso, ci sia sempre stata. La sintetizzerei così:

Difendere sempre l’interesse nazionale italiano.

Non mi interessa la questione se effettivamente è stato difeso il nostro interesse nazionale, però credo che i membri del nostro esecutivo abbiano avuto sempre in mente una certa idea di interesse nazionale a cui ogni azione è stata improntata. La dottrina adottata potrebbe essere declinata in questi termini:

Salvaguardare l’incolumità dei cittadini italiani, militari e civili; tutelare le imprese italiane che operano in Israele; mantenere buoni rapporti con Israele (e in particolare con l’alleato politico Benjamin Netanyahu); mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti (e in particolare con l’alleato politico Donald Trump); mantenere buoni rapporti con i Paesi arabi e con gli altri Paesi di tradizione musulmana; mantenere buoni rapporti con la Chiesa cattolica; tenere viva la reputazione dell’Italia come Paese pronto alla mediazione diplomatica, alla cooperazione e all’impegno umanitario; evitare un eccessivo isolamento dell’Italia in Europa.

Con tutti questi foglietti di carta sulla lavagna era quasi inevitabile che si procedesse con difficoltà, tanto che per una volta è parso che si attenuasse anche la discreta popolarità di cui questo governo ha finora goduto. Ma vediamo ora, episodio per episodio, se la lettura che ho appena enunciato è coerente con i fatti di questi ultimi due anni.

       All’indomani del 7 ottobre 2023, il governo italiano ha condannato l’orrendo massacro compiuto da Hamas, ha espresso solidarietà allo Stato di Israele e ha sottolineato il diritto di quest’ultimo a difendersi. Fin qui, mi pare che non ci sia nulla da commentare. Mi è parso invece un tantino strano che per buona parte dell’anno seguente, quando Israele ha messo in atto la sua risposta all’attacco subito, da Palazzo Chigi siano arrivate soprattutto dichiarazioni che condannavano l’orrendo massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre, esprimevano solidarietà a Israele e sottolineavano il diritto di quest’ultimo a difendersi. La tentazione di riciclare i comunicati stampa è difficile da tenere a bada, ma magari qualcosina su Israele si poteva provare a dire, oltre alla generiche raccomandazioni per il rispetto della popolazione civile, al vago auspicio di un cessate il fuoco e al modesto appello perché si trovasse una soluzione diplomatica («tenere viva la reputazione dell’Italia come Paese pronto alla mediazione diplomatica») … solite cose che potrebbe dire chiunque. Nel frattempo, come è noto, la guerra si estendeva a una serie di fronti secondari.

       A un certo punto qualcuno dei nostri deve avere acceso la televisione mentre trasmettevano un telegiornale, chissà. Fatto sta che a poco a poco la posizione del nostro governo si è ridefinita in modo meno allineato a Israele, perché far finta di niente diventava sempre più difficile. Tutto comunque è avvenuto seguendo e mai prevedendo l’escalation della violenza, come se non ci fossero state avvisaglie ben chiare anche in precedenza. Per esempio, quando in Libano sono state colpite le basi italiane della missione UNIFIL delle Nazioni Unite, improvvisamente i nostri eroi a Roma si sono accorti che magari l’esercito israeliano commette crimini di guerra («salvaguardare l’incolumità dei militari italiani»). Qualcosa di analogo si può dire sull’indignazione per l’attacco che ha colpito la chiesa cristiana di Gaza: esecrabile, ovviamente, ma… c’era bisogno di aspettare che fossero colpiti i cristiani («mantenere buoni rapporti con la Chiesa cattolica») perché il nostro governo cominciasse a usare parole forti?

       In ogni caso, resta il fatto che il governo Meloni si è sempre guardato bene dall’accogliere gli appelli per l’adozione di gesti concreti, soprattutto in materia di accordi commerciali, politici e militari («mantenere buoni rapporti con Israele e con l’alleato Netanyahututelare le imprese italiane che operano in Israele»). Si è fatto qualcosa sul fronte dei soccorsi, come con l’accoglimento in Italia di bambini di Gaza da curare («tenere viva la reputazione dell’Italia come Paese pronto all’impegno umanitario»), ma le prese di posizione politiche sono state sempre molto smorzate.

       Poi è arrivata la Global Sumud Flotilla: quando è stata intercettata in acque internazionali già al largo di Creta, il governo ha inviato una fregata per eventuali soccorsi («salvaguardare l’incolumità dei civili italiani»), senza però impegnarsi a difendere la flottiglia da eventuali attacchi («salvaguardare l’incolumità dei militari italiani; mantenere buoni rapporti con Israele»); si è profuso in una serie di raccomandazioni (e insinuazioni) ai dimostranti, senza però chiedere a Israele null’altro che l’impegno a non usare violenza contro i nostri connazionali («salvaguardare l’incolumità dei civili italiani»). Si è tentato invano di convincere i naviganti a consegnare gli aiuti umanitari al Patriarcato latino di Gerusalemme, presso Cipro («tenere viva la reputazione dell’Italia come Paese pronto alla mediazione diplomatica e all’impegno umanitario; mantenere buoni rapporti con la Chiesa cattolica»), ma quando la flottiglia ha puntato su Gaza ed è stata abbordata in acque internazionali, il governo non ha presentato alcuna protesta ufficiale («mantenere buoni rapporti con Israele»), limitandosi a seguire le operazioni per il rilascio («salvaguardare l’incolumità dei civili italiani»). Alla fine sono arrivati i colloqui di Sharm el-Sheik, ai quali la nostra Presidente ha partecipato con entusiasmo («mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti; mantenere buoni rapporti con i Paesi arabi; evitare un eccessivo isolamento in Europa») rivendicando il ruolo di primo piano svolto dall’Italia. Quale sia stato effettivamente questo ruolo, è una valutazione che lascio volentieri agli storici che verranno.

       Obiezione. Cos’altro dovrebbe fare mai un governo sulla scena internazionale, oltre a proteggere i propri cittadini e gli interessi della Nazione nel suo complesso?

       Replica. La politica è questione non solo di interessi, ma anche di valori. I valori del popolo italiano sono scritti nella nostra Costituzione, che ci obbliga a portarli avanti. Se il governo israeliano conduce operazioni che offendono questi valori, noi non muoveremo certo guerra a Israele, ma non possiamo neanche consentire che lo scempio che abbiamo visto tutti avvenga grazie al supporto logistico dell’Italia e grazie ai proventi delle relazioni commerciali che i due Paesi intrattengono. Possibilmente neanche un euro, grazie.

       Obiezione. È irrealistico e controproducente pensare che il nostro Paese possa annullare in un attimo decenni di relazioni commerciali con Israele: per difendere i nostri interessi e anche i nostri valori, dobbiamo mantenere un canale aperto, perché si possa tornare alla pace e alla stabilità nel Medio Oriente.

       Replica. È senz’altro così: la messa in discussione degli accordi commerciali fra Italia e Israele è solo uno strumento di pressione politica; ma va usato, perché la nostra azione sia credibile. Anche nell’ottica di difendere l’interesse italiano, non possiamo presentarci sulla scena internazionale con la reputazione di chi farebbe affari con chiunque pur di portare a casa quattro spiccioli. Non solo non è giusto, ma non facciamo neanche bella figura.

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