
In occasione dell’ottantesimo anniversario della Liberazione dal Fascismo, prima che veniamo travolti dalla retorica e dalle polemiche sterili, sento il bisogno di fare qualche ragionamento: su cosa può voler dire opporsi oggi al fascismo e, preliminarmente, sul senso stesso della parola “fascismo”.
C’è innanzitutto il Fascismo come periodo storico: un aggregato di eventi accaduti in Italia fra il 29 ottobre del 1922 e il 25 aprile del 1945 (con qualche differenza temporale in base alle regioni, come è noto). Su questi fatti, in quanto fatti, non siamo chiamati a schierarci: si tratta semplicemente di ricostruire al meglio ciò che è accaduto. Adattando al caso italiano la lezione dello storico François Furet, che scriveva: «La Rivoluzione francese è finita», dobbiamo sederci alla scrivania e interrogare le fonti, non prima di aver messo da parte le partigianerie, di qualunque orientamento. Questo vuol dire non selezionare le informazioni in base alle aspettative dettate da un punto di vista politico. Che sia difficile non vuol dire che è impossibile o che è sbagliato, perciò bisogna provarci. Grazie a questo sforzo di obiettività, gli studi sul Fascismo e sulla Resistenza ci hanno restituito un quadro che strada facendo è diventato sempre più complesso, anche se l’impianto generale dell’analisi storica non ha subito smentite radicali nel corso dei decenni. Si andrà ancora avanti, perché questo lavoro è sempre in svolgimento e non può essere determinato in anticipo nei suoi esiti.
C’è poi il fascismo come dottrina politica che ha animato il Regime: è una dottrina che non possiede un vero e proprio testo fondativo di riferimento, anche se è stata messa a punto e modificata in corso d’opera in vari testi scritti prima, durante e dopo il Ventennio. In questo senso potremmo dire che il fascismo come dottrina si è costituito almeno in buona parte come giustificazione a posteriori di una certa prassi già avviata, come si è visto in modo eclatante con il Delitto Matteotti. Insomma, c’è ben poco spazio per parlare di un tradimento di ideali originari, come talvolta si fa quando si parla del comunismo sovietico. Essere fascisti (ieri, oggi o domani) vorrebbe dire giustificare in buona parte ciò che Mussolini e i suoi uomini hanno messo in atto, almeno dalla fondazione dei Fasci italiani di combattimento fino all’alleanza con la Germania (di quello che è successo dopo, mi sa che sotto sotto si vergognano pure i nostalgici del Regime, anche se non ne parlano certo volentieri).
Si può sospendere il giudizio su tutto questo? Direi proprio di no: chi vuol partecipare alla vita politica di questo Paese non può nascondersi dietro la scusa che ormai è passato tanto tempo o che ci sono cose più importanti di cui occuparsi. Troppe persone sono morte e troppe hanno sofferto, perché qualcuno possa pensare di voltare pagina senza prendere posizione in modo netto sulla visione politica che ha animato quel momento della nostra storia. E poi, a pensarci bene, non è mica vero che è passato tanto tempo: non stiamo mica parlando delle Guerre puniche, sono vicende che ancora tanti ricordano personalmente per averle vissute sulla propria pelle. Per quanto si debbano considerare i fatti nel contesto storico in cui sono avvenuti, una valutazione negativa di quell’esperienza è ormai acquisita, anche da parte di molti soggetti legati alla tradizione post-fascista; però è interessante capire in quali modi questa valutazione negativa può tradursi in una vera e propria presa di distanza.
L’antifascismo di principio
È l’atteggiamento che consiste semplicemente nel pretendere il ripudio del fascismo, come metodo di azione politica, da parte di chiunque voglia partecipare alla vita democratica del nostro Paese. Tutti gli orientamenti politici sono ammessi, tranne quelli che mirano ad abbattere la democrazia stessa: un caso da manuale di quel «paradosso della tolleranza» che dobbiamo accettare, come condizione di possibilità per una società aperta. È quello che hanno fatto i nostri Costituenti e che possiamo considerare un tema liquidato ottant’anni fa. In questo senso, che si debba essere antifascisti è semplicemente ovvio: è la cornice comune a tutte le proposte politiche previste dall’ordinamento in cui viviamo. Per dirla altrimenti, essere antifascisti oggi è semplicemente il minimo sindacale della decenza: non dà diritto a posti riservati o preferenze in nessuna graduatoria, è un titolo che nella tabella dei punteggi segna zero.
L’antifascismo identitario
È la volontà di ripercorrere la storia delle formazioni politiche antifasciste e della lotta partigiana, allo scopo di tenere viva la memoria di quelle vicende e sostenere con ciò un sentimento condiviso di amore per la libertà e di coesione fra tutte le forze democratiche. Riportando alla memoria i crimini compiuti dai nazifascisti e l’impegno di chi li ha combattuti, si conserva un senso di gratitudine verso chi ha lottato per la nostra libertà e si ricorda che la democrazia va scelta e difesa ogni giorno, come allora.
Questo sforzo di connessione col passato va benissimo finché è l’impegno di persone singole, famiglie, realtà associative o comunità; ma diventa problematico quando è una parte preponderante del modo in cui si auto-rappresentano i partiti politici. La politica, quella vera, deve affrontare i problemi del tempo presente e offrire delle soluzioni articolate e coerenti, non chiudersi in una perenne auto-narrazione. Non è accettabile che agli elettori si dica: «Votate noi, anche se il nostro programma vi sembra vago e confuso, perché noi rappresentiamo l’eredità storica di chi ha combattuto il fascismo, a differenza dei nostri avversari». È una trappola identitaria che abbiamo già visto troppe volte. Non si può continuare a chiedere alla gente di votare con disciplina, per semplice appartenenza, e di turarsi il naso. Anche le mollette a un certo punto si rompono.
L’antifascismo di mestiere
È quello di giornalisti, sociologi e attivisti politici che tengono alta la guardia sulle realtà in cui il fascismo rinasce in forme vecchie e nuove. Sono persone che hanno scelto di dedicare una parte importante del loro tempo a stanare i fascisti nascosti e quelli alla luce del sole, per chiedere o mettere in atto azioni di contrasto. È un lavoro paziente, che ovviamente non potrebbero fare tutti, ma che va riconosciuto nei suoi meriti e supportato da chi ne condivide il valore.
Su questo avrei un’unica richiesta, banale ma purtroppo necessaria: se vogliamo contrastare il fascismo, cerchiamo di farlo con metodi degni di questa battaglia. Per esempio, che si autodefinisca antifascista chi organizza spedizioni per prendere a martellate i fascisti, lo trovo un tantino paradossale; ma questo non mi pare uno di quei paradossi che possiamo mandare giù. Forse sono un po’ stretto di vedute… fate voi.
…Quindi?
C’è ancora bisogno, allora, di una Festa della Liberazione? Credo senz’altro di sì, per andare oltre la generica celebrazione dell’identità nazionale e connotare nettamente la nascita della nostra Repubblica come scelta per la libertà e l’indipendenza dall’oppressione straniera. In questo senso, con buona pace dei tanti fascisti, post-fascisti e a-fascisti disseminati fra noi, il 25 aprile è ancora una festa popolare e gioiosa. Se ancora ci sono quelli a cui questa gioia popolare non è mai andata giù, peggio per loro.