Pagine ritrovate, V

       Il secondo mandato presidenziale di Donald Trump sta dispiegando di giorno in giorno i segni evidenti della fine di un’epoca; anzi, per essere più precisi, sembra di assistere al ritorno dell’epoca precedente: quella di una concorrenza fra potenze che si spartiscono il Pianeta avendo ciascuna come unico obiettivo la crescita della propria sfera di influenza. In un certo senso è sempre stato così, ma per un po’ di decenni avevamo assistito a dei tentativi di costruire un mondo diverso; ora c’è il rischio che vengano meno anche questi tentativi.

       Donald Trump è stato votato per ciò che ha promesso di fare e il suo mandato a un certo punto finirà; ma i successi che sta ottenendo (almeno per ora) potrebbero fissare il riferimento per i decenni a venire. In poche settimane ci stiamo abituando a trattative di pace intavolate senza neppure consultare i popoli coinvolti, richieste esplicite di un prezzo in denaro da pagare per la cessazione delle ostilità (con tanto di ricatto); dichiarazioni fantapolitiche che si susseguono di giorno in giorno, con l’unico effetto di abituarci in anticipo a scenari che mai avremmo immaginato pochi anni fa.

       Non voglio cimentarmi in un’analisi dettagliata del colloquio fra Trump e il presidente ucraino Zelensky di qualche giorno fa, ma mi pare si possa dire semplicemente questo: Zelensky dava forse per scontato che l’America lo avrebbe sostenuto semplicemente perché l’America è un Paese che ha una grande storia e alti ideali a cui tenere fede; Trump lo ha ricondotto a un punto molto più basilare: all’America non conviene, da un punto di vista strettamente economico e geopolitico, finanziare una guerra che non porta vantaggi immediati per il popolo americano. In un certo senso è anche vero, ma è duro da digerire per chi cerca di guardare alle cose da una prospettiva un po’ più ampia. Semplicemente, la musica è cambiata.

       L’Europa torna a essere contesa fra Stati Uniti e Russia, smentendo le previsioni entusiastiche che avevano accompagnato la costituzione dell’Unione europea. Dopo una stagione politica in cui idealità, respiro progettuale e multilateralità sono stati elementi essenziali della comunicazione pubblica, sta andando in scena l’esatto opposto: il ripiegamento nella dimensione del tornaconto immediato e della chiusura delle frontiere. L’Unione europea, con i valori che hanno animato la sua ascesa, è stata emarginata dai processi decisionali che contano, anche perché non è riuscita a impedire che questo accadesse. Già in passato avevo espresso il timore che finisse così, ma ora siamo ben oltre il timore: stiamo rischiando di fare la fine dell’Unione sovietica.

       Intanto gongolano i nazionalisti, che sognano di ottenere per l’Italia un posto in prima fila in virtù di rapporti privilegiati con gli Stati Uniti; gongolano i neo-conservatori americani, che puntano a un’Europa divisa e debole (al di là degli slogan); gongolano le spie agli ordini del Cremlino, che da sempre si dedicano a destabilizzare l’Europa e a sabotarne i meccanismi di funzionamento; gongolano forse anche i leader del Partito Comunista Cinese, che intanto pianificano gli scenari per una crescita stabile della loro influenza sul Pianeta.

       Vedo andare in pezzi il mondo che speravo di contribuire a costruire ogni giorno. Ecco, ora che l’ho scritto ovviamente non è cambiato nulla; ma almeno non posso più nascondere a me stesso quello che vedo. Se poi qualcun altro si riconoscerà in quello che ho scritto, questo promemoria potrà servire ad altri oltre che a me.

Inserito il 24 gennaio 2026

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