Brexit, non Brexit…

      Dopo l’estenuante spoglio di petali di margherita che ci ha rivelato a poco a poco i sentimenti del Regno Unito verso l’Unione europea, siamo arrivati finalmente anche all’accordo sulle conseguenze pratiche del divorzio fra le parti. L’accordo può essere visto come un importante risultato, o un accettabile compromesso, anche in base al grado di coinvolgimento politico nella causa stessa della Brexit. In ogni caso, però, credo che possiamo considerare tutta questa vicenda come una pagina triste della nostra storia, per ragioni più profonde rispetto a quelle di cui di solito si è discusso (almeno in Italia e nell’Europa continentale). Presenterò qui brevemente i temi che a mio avviso avrebbero meritato maggiore attenzione: nulla che non sia stato già detto, ma mi pare interessante mettere i pezzi insieme per ricostruire un quadro. Quadro desolante, che potrà servire al massimo a orientare scelte future in scenari che per ora non conosciamo.

     La domanda che mi pare di aver sentito ripetere con maggiore insistenza, in tutti questi anni, è stata questa: «Il Regno Unito ci guadagnerà o ci perderà, in caso di uscita dall’Unione?». Nello specifico, l’attenzione si è rivolta al prodotto interno lordo (PIL), al valore della Sterlina, ai flussi di capitali in entrata, all’accesso di beni e servizi di provenienza britannica nei mercati esteri. Non ho le competenze per esprimere previsioni su questi temi, però voglio far notare che non è ovvio che la crescita dell’economia britannica, anche ammettendo che arrivi, si traduca immediatamente in benessere per tutti gli abitanti del Regno. A volte il solo parlare di crescita sembra evocare l’immagine di cornucopie in ogni casa, materassi ricolmi di banconote e sogni d’oro per tutti; ma bisognerà vedere in che modo il pollo di Trilussa sarà poi spartito. Tutto dipenderà dalle politiche economiche e sociali dei governi che guideranno in futuro il Regno Unito, dalla loro capacità di assicurare che il benessere arrivi in qualche modo anche al ceto medio, per non parlare degli strati più disagiati della società; inoltre bisognerà considerare l’impatto della Brexit rispetto alle diverse realtà territoriali corrispondenti alle quattro nazioni britanniche. Ci saranno tanti indicatori da analizzare, nei prossimi anni, per valutare la salute economica di inglesi, gallesi, scozzesi e irlandesi del Nord. Per ora facciamo loro tanti auguri, dopo di che staremo a vedere. 

     Il vero punto, in realtà, è un altro: l’Unione europea è un progetto di natura politica, prima ancora che economica. Sembra essere mancata in Gran Bretagna una vera consapevolezza delle responsabilità storiche e politiche a livello globale, fin da quando il governo, consultando nel 2016 il popolo con un referendum, fece risuonare nell’aria la domanda di Ponzio Pilato alla folla per decidere se rilasciare Gesù o Barabba. La questione se uscire o no dall’Europa unita si trasformò ben presto nell’atroce dilemma: «Mi conviene o non mi conviene?». Il terreno era pronto per l’affermarsi del nazionalismo da pub, mentre si sottovalutava il rischio che attori esterni, interessati a mandare a gambe all’aria Gran Bretagna ed Europa, potessero interferire. Ottenuto il responso delle urne, si è andati avanti con un imbarazzante tira e molla tra governo, parlamento e controparti europee: una cosa che non mi aspettavo da un Paese di così nobile e antica tradizione politica come la Gran Bretagna. In ogni caso la vicenda si è conclusa, perciò è il momento di tirare le somme. Propongo due letture di quello che è successo.

     Una prima lettura dei fatti – abbastanza deprimente – ci porta a constatare la fine di una speranza a lungo condivisa, quella di un progressivo e inarrestabile allargamento dell’Unione, che avrebbe portato con sé un parallelo consolidamento di tutto ciò che l’Europa rappresenta a livello globale. Fin da principio il progetto dell’Europa unita è stato quello di dar vita ad uno spazio di cooperazione economica che potesse fare da volano per il consolidamento della pace e della democrazia liberale, in Europa e nel resto del mondo. Anche il progetto di una moneta comune era funzionale a fornire basi economiche più solide per ancorare agli obiettivi e ai valori dell’Europa quelle realtà come l’Africa, il Medio Oriente, la Russia e la Cina, che non erano solo attori economici sulla scena globale, ma anche alternative a livello politico. Un’Europa economicamente stabile e politicamente unita poteva negoziare con questi Paesi da una posizione di forza e pretendere, per esempio, progressi concreti nel campo dei diritti umani, come precondizione per avviare accordi in campo economico. Tutto questo si reggeva in buona parte sull’assunto che il processo di consolidamento e allargamento dell’UE fosse destinato ad andare avanti in modo continuo. Una volta che invece si è toccato con mano che c’è anche chi dall’Unione non vede l’ora di uscire, è diventato ancora più difficile per l’Europa far sentire con forza la sua voce. Non si tratta semplicemente di una tutela dei nostri interessi, ma della promozione di un modello di pace, sviluppo, giustizia e integrazione fra popoli, che noi europei abbiamo raggiunto con fatica e che oggi fatichiamo più che mai ad affermare su scala mondiale. In questo nuovo scenario ci sono regimi autoritari che rivendicano orgogliosamente i vantaggi del proprio sistema politico e altri che trovano nuovi seguaci (anche in Italia), mentre in Europa si definiscono le nuove frontiere della politica illiberale; per non parlare del momento difficile in cui si trova la democrazia americana, cosa di cui finalmente si sono accorti tutti dopo l’assalto a Capitol Hill dello scorso 6 gennaio. Non è certo colpa del Regno Unito se accade tutto questo, ma un’occhiata al contesto globale si sarebbe dovuta dare, prima di abbandonare con tanta allegria il progetto di integrazione politica che l’Unione europea rappresenta.

     Una seconda lettura della Brexit, più autocritica, consiste nel prendere atto che il progetto concepito con il Trattato di Maastricht è stato abbandonato dal Regno Unito perché le istituzioni europee non si sono dimostrate all’altezza del loro compito. Quello che avviene ora altro non è, in questa prospettiva, che la tardiva presa d’atto di un fallimento che c’è già stato da tempo: quello di un’Europa che impone un grado massimo di curvatura per cetrioli e banane (tema su cui, comunque, sono nati anche miti e bufale), ma non è in grado di concordare una politica condivisa in maniera di migrazioni in ingresso, o uno sforzo efficace per la cessazione della guerra in Siria. Se si vedono le cose in questo modo, c’è solo da tirare un sospiro di sollievo, almeno per coloro che si sono cavati fuori da questo pantano. Ma anche se così fosse, non mi sembra che ci sia gran che da rallegrarsi per nessuno: forse per qualcuno è la fine di un incubo, ma è anche l’inizio di qualcosa che assomiglia molto al nulla.

     In ogni caso le conseguenze (economiche e soprattutto politiche) delle scelte compiute dal Regno Unito non resteranno confinate nelle isole britanniche. In particolare, la Brexit rappresenterà un precedente importante per chi mira ad erodere, a livello globale, la credibilità dei progetti politici di tipo sovranazionale. In alternativa alla politica delle «limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni» (politica ispirata da alti ideali, ma spesso compromessa nei fatti da ipocrisia e corruzione), vedremo forse tornare più in voga il metodo dell’accordo bilaterale fra Stati, fondato sostanzialmente sulla comunione di interessi tra i contraenti. È lo strumento che la civiltà umana ha seguito quasi sempre nei suoi cinquemila anni di storia: a modo suo ha funzionato per un bel po’, eppure mi era parso di capire che le due guerre mondiali ne avessero mostrato tutti i limiti. Ora dovremo darci da fare ancor di più, mettendo mano anche a problemi che credevamo di avere già risolto.

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