Diario, pag. 26

       L’anno 2026 non poteva aprirsi peggio di così, per quanto mi riguarda. Con il rapimento del dittatore venezuelano Nicolas Maduro (un personaggio che certamente non rimpiangeremo) siamo entrati definitivamente nel Far West della politica internazionale. Ormai è chiaro a tutti: un capo di Stato (un dittatore, certo, ma non è mica l’unico) può essere prelevato a casa sua dalle forze speciali di un altro Paese, portato via e processato in terra straniera, mentre l’Unione europea evita di sbilanciarsi, il governo italiano parla addirittura di «intervento di natura difensiva» e intanto il tema dello sfruttamento petrolifero viene affrontato a carte scoperte. La tradizione statunitense di intervenire nel resto del continente americano ha una serie importante di precedenti, ma non credo si sia mai agito con tanta spavalderia; e come se non bastasse, le dichiarazioni sulla Groenlandia dei giorni successivi sembrano alzare ancora la posta. È forse la fine della speranza in un mondo in cui le regole condivise possono contare qualcosa, al di là dei rapporti di forza e delle sfere di influenza geopolitica.

       I segni evidenti di questa fine si erano visti già nei mesi precedenti, per esempio quando hanno cominciato a circolare immagini che riproducevano come in un videogioco il trattamento riservato a presunti narcotrafficanti intercettati e giustiziati in mare aperto, in barba a qualunque diritto a un giusto processo;  e non dimentichiamo l’arrembaggio in acque internazionali compiuto dalle forze israeliane contro la Global Sumud Flotilla. Questa deregulation nei rapporti fra gli Stati, a prima vista, sembra solo un effetto delle esuberanze di un miliardario avanti negli anni; ma dobbiamo ricordare che Donald Trump è stato eletto secondo una procedura democratica, a seguito di una campagna elettorale (e di un mandato precedente) che non lasciavano molti dubbi sulle sue intenzioni. Siamo di fronte a un processo politico più ampio, del quale dobbiamo individuare l’origine per comprendere meglio i problemi in gioco e affrontarli. 

       Non vorrei far storcere il naso a qualche storico di mestiere, ma la mia memoria, per quello che può valere, mi dice che tutto è cominciato nel 1999, con lo sciagurato (l’ho capito solo dopo, ahimè) bombardamento NATO in Jugoslavia. Le Nazioni Unite, che nel 1991 avevano gestito in modo condiviso la prima Guerra del Golfo, avevano poi evidentemente fallito nell’intenzione di impedire i massacri in Bosnia e in tanti scenari extra-europei; ma fino ad allora c’era stato comunque uno sforzo di permanere in un approccio multilaterale, almeno in apparenza. Di fronte alle persecuzioni in Kosovo, i governi progressisti di allora (Stati Uniti, Regno Unito, Italia e altri) furono presi dalla smania di agire: un po’ per le dichiarate motivazioni umanitarie, un po’ per il solito trucchetto per cui chi è contro l’opzione militare deve giustificarsi (e non chi è a favore), un po’ per ambizioni geopolitiche su cui non mi addentro. Fatto sta che da allora abbiamo digerito l’idea che l’ONU e l’opinione pubblica debbano assistere impotenti alle iniziative unilaterali dei più forti, come si è visto in modo eclatante nell’inqualificabile guerra contro l’Iraq del 2003, giustificata da presunte prove che poi sono scomparse nel nulla. Quello che sta succedendo ora mi sembra il naturale epilogo di quel preciso passaggio storico in cui ci venne chiesto di barattare dei principi comuni con la promessa di risultati pratici a venire. Proprio perché allora sottovalutammo la gravità di certi rischi, ora assistiamo a un plateale arrembaggio verso qualunque idea di politica che sia ancorata a valori universali e non a interessi particolari.

       Di fronte alle notizie che si susseguono in queste settimane, troppi soggetti che potrebbero esporsi restano ancora in attesa, forse perché pensano che tutto sommato sopravviveremo lo stesso e magari tutti questi cambiamenti repentini potrebbero avere anche qualche conseguenza positiva (che so, magari la fine del regime degli Ayatollah in Iran, per esempio). Ogni giorno ci viene chiesto, ancora una volta, di cedere il fustino di detersivo che avevamo, in cambio di due fustini di una marca sconosciuta, a scatola chiusa. Visto che la proposta è secca, voglio scrivere qui la mia risposta:

No.

Lo so, sono cose che ho già detto e comunque la mia risposta non cambierà nulla, ma quando un giorno qualcuno andrà a contare quelli che hanno risposto: «Sì», «Forse» e «Dipende», non voglio essere contato fra quelli. Non dipende. No.

       Obiezione. Stai dicendo quindi che, pur di preservare un diritto internazionale che funziona solo sulla carta, preferiresti lasciare in piedi due regimi dittatoriali di lunga data come Venezuela e Iran? E secondo te cosa penserebbe di questo chi vive sotto la dittatura?

       Replica. L’obiezione è mal posta, perché dà per scontato che la fine di una dittatura porti qualcosa di meglio. Noi non possiamo prevedere il futuro, ma il passato ci dice che la dottrina dell’esportazione della democrazia con la forza, elaborata dopo l’11 settembre 2001, ha prodotto per lo più caos e altra violenza, almeno nei casi più significativi in cui è stata applicata: Afghanistan (2001), Iraq, (2003) e Libia (2011). E poi vanno considerate le possibili conseguenze a medio termine, su scala globale, della decisione di accettare questo tipo di operazioni, ora qui e magari domani chissà dove. Fare previsioni sul futuro è più difficile che mai, perciò non mi fido di questo nuovo corso che ci viene proposto: sa tanto di una fregatura, peraltro mascherata malissimo.

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