Piccolo diario n. 7

       Qualche giorno fa il giornalista Enrico Mentana è stato travolto da un’ondata di indignazione (ma anche da espressioni di consenso, per la verità) per aver scritto sul suo profilo Facebook: «Bisogna avere il coraggio di dirlo: per molti aspetti la cancel culture ricorda i roghi dei libri del nazismo». Se n’è parlato fino allo sfinimento per qualche ora, poi si è parlato d’altro (sempre a sfinimento, naturalmente). Voglio tornarci un attimo, per riassumere tre critiche (già emerse) che mi paiono valere anche al di là di questo spiacevole episodio; infine, voglio chiedermi in cosa potrebbe consistere il fondo di verità contenuto nella frase citata.

       Prima critica: la mossa di paragonare gli avversari politici ai nazisti è sleale, perché chiunque – tranne i nazisti – la prenderebbe come un’offesa. È uno stratagemma retorico così diffuso da essere ormai codificato nei più recenti repertori di trucchi dialettici a basso costo. In più, come molti hanno notato, sono evidenti gli elementi di disanalogia fra una prassi politica che ha perseguito sistematicamente la sopraffazione dei deboli e un movimento di pensiero che mira – almeno nelle intenzioni generali – a tutelare proprio le categorie fragili all’interno della società.

       Seconda critica: non sono temi che si possono chiudere con due righe e una foto su Facebook. Il movimento che Mentana chiama cancel culture solleva questioni così complesse e delicate che pensare di liquidarle in due righe significa abbassare inevitabilmente il livello della discussione successiva. Certo, anche la discussione precedente lasciava a desiderare, ma questo mi pare irrilevante: ognuno sceglie l’altezza a cui fissare l’asticella del livello e se ne assume la responsabilità.

       Terza critica: una questione così controversa richiederebbe un chiarimento preliminare del significato dei termini impiegati. L’espressione “cancel culture” è stata largamente fraintesa in questi anni, soprattutto in Italia, come sottolineato da osservatori attenti; perciò sarebbe meglio usarla riferendosi a fatti specifici.

        Allora, cosa voleva dire il giornalista? Forse avrebbe voluto dire che l’approccio seguito nel nostro tempo dai movimenti anti-discriminazione è animato da un furore che assume talvolta tratti di fanatismo. Forse voleva dire che tentare di rimuovere dalla nostra cultura di massa i residui di un passato che non accettiamo più – operazione condotta con le migliori intenzioni – fa l’effetto di un’imposizione dall’alto. O forse intendeva dire che gli elementi del passato, essendo dati di fatto, non si possono cancellare ma al massimo giudicare in modo diverso. Queste, sì, mi sembrano questioni di cui si dovrebbe parlare, ma richiedono un minimo di respiro. Ci proverò anch’io, appena possibile, con qualche paginetta; ma sarà comunque troppo poco.

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