
Ora che il Campionato di calcio di serie A ha chiuso i battenti per un po’, mi tolgo un piccolo sassolino dalla scarpa. Per quarant’anni ho assistito con disagio allo spettacolo di aggressioni verbali, razzismo, volgarità, violenza vera e propria, che in alcuni settori delle curve degli stadi si perpetrava ogni settimana. Nella mia ingenuità, ho sempre pensato che questo fenomeno avrebbe potuto essere contenuto (sempre che ce ne fosse stata la reale volontà) obbligando le squadre, in seguito a episodi di violenza, a giocare le partite a porte chiuse. Eppure mi confrontavo continuamente con la diffusa convinzione che quest’idea fosse impraticabile: un po’ per via delle complicate relazioni fra società sportive e gruppi di tifosi, un po’ – soprattutto – perché si temeva che il disagio sociale espresso attraverso il tifo sportivo si potesse riversare su altri fronti, generando forme di devianza sociale anche peggiore. Secondo questa tesi, il tifo per il calcio non andava visto come un laboratorio di sviluppo e di propagazione dei peggiori istinti (come sembrava ingenuamente a me), ma al contrario poteva essere una sorta di spazio di contenimento per una tensione sociale che, incanalata così, poteva essere parzialmente neutralizzata. Questa teoria, affascinante ma un po’ sfuggente, è sopravvissuta per quarant’anni, un po’ per la difficoltà nel reperire controprove basate sull’esperienza diretta, un po’ perché è diffusa la convinzione che si possa sorvolare allegramente sulle controprove sperimentali, quando si parla di qualunque argomento inerente la società, la cultura, la natura umana in generale. Poi è arrivata la pandemia, gli stadi sono stati chiusi e… cos’è successo agli ultras? Non mi pare ci sia stata la guerriglia urbana che tanto si temeva. Vuoi vedere che la teoria era falsa? Prendiamoci questo appunto, per quando finalmente potremo – spero presto – tornare a guardare le partite allo stadio in pace. In pace, appunto. Se qualcuno ha voglia di fare la guerra, la facesse a casa sua.