
Accanto al fenomeno inquietante del discredito nei confronti del sapere scientifico, di cui si è molto parlato in questi anni in relazione a tematiche come i vaccini, il cambiamento climatico e finanche la forma geometrica del nostro Pianeta, c’è a mio avviso un problema speculare altrettanto serio, a cui si presta forse minore attenzione. Mi riferisco alla fiducia cieca che molti sembrano riporre in chiunque possa qualificarsi come scienziato, matematico, politologo, paleontologo, storico, filosofo e via dicendo. Spesso infatti, quando una persona che possa vantare qualche competenza esprime pareri su qualcosa, c’è qualcun altro pronto ad esibire questi pareri come proposizioni garantite, da spendere immediatamente come moneta sicura nel dibattito pubblico. È successo, ad esempio, in molte discussioni recenti sulla pandemia da Coronavirus: il parere degli scienziati, invocato come risolutivo, ha generato invece imbarazzo per via del fatto che gli esperti si sono contraddetti fra loro. Molti si sono chiesti come sia possibile una cosa simile… forse non si tratta veramente di esperti?
Evidentemente c’è in giro una certa confusione su ciò che vogliono dire parole come ‘scienziato’, ‘comunità scientifica’, ‘esperto’. Già la parola ‘scienziato’, apparente participio passato di un verbo che non esiste, fa pensare all’idea che qualcuno abbia subito una specie di processo ormai compiuto, che trasforma le persone in qualcos’altro. Dietro quest’idea ce n’è forse un’altra, sviluppata nella mente del cattivo studente che è in ognuno di noi: l’idea che le cose da imparare siano state stabilite una volta per tutte e che per impararle basti aprire la testa come si apre un bidone, per ficcarci tutto dentro. Gli scienziati sarebbero appunto quelli che si sono sottoposti a questa specie di operazione chirurgica. Loro sì, alla domanda: «Qual è la radice quadrata di 18.769?», saprebbero rispondere, senza battere ciglio: «147». Almeno, questo si lasciava intendere in qualche film che abbiamo visto da bambini e a cui siamo rimasti molto affezionati. Nel frattempo, però, siamo diventati abbastanza grandi per prendere atto di un paio di semplici fatti su come funziona il lavoro di una comunità scientifica.
Tanto per cominciare, chi fa ricerca lo fa in una dimensione molto più specialistica di come si potrebbe immaginare dall’esterno, perché la complessità dei problemi da affrontare lo impone. È chiaro da almeno un secolo (a chi lo vuole capire) che non possono più esserci fisici che padroneggino tutta la fisica, né fisici delle particelle che possano destreggiarsi all’interno del proprio settore disciplinare senza fare i conti ogni giorno con colleghi che ne sanno molto di più su tante questioni. Tutto dipende dagli specifici ambiti d’indagine che ciascun ricercatore, qualunque sia la disciplina di studio, si è trovato ad affrontare durate il suo percorso professionale. Perciò, ad esempio, se un famoso economista (che magari si è occupato principalmente di politiche monetarie) esprime un parere sull’attuale sistema delle aliquote fiscali, noi comuni mortali (o esperti d’altro) faremmo bene ad ascoltare, sì, ma senza spalancare troppo la bocca.
Un secondo punto da chiarire è che il lavoro quotidiano dei professionisti della ricerca è rivolto soprattutto verso questioni aperte, su cui la comunità scientifica è divisa, per la presenza di teorie contrapposte in competizione. Il valore di un ricercatore non si misura quindi su una sorta di onniscienza o infallibilità, bensì sulla capacità di individuare problemi nuovi e proporre idee innovative per affrontare problemi ancora da risolvere. Questi ultimi, però, sono proprio quelli di maggior interesse per il lettore non esperto, assetato di risposte e perciò tentato dal rivolgersi allo scienziato con l’atteggiamento di chi interroga un oracolo. Eppure dovremmo ben sapere che quando uno studioso si pronuncia su una questione in via di definizione, il suo parere sarà presto oggetto di rilievi critici, integrazioni e talvolta smentite da parte di altri esperti. Perciò sarebbe molto ingenuo prendere l’annuncio della pubblicazione di un articolo scientifico come qualcosa su cui la nostra comunità può fare pieno affidamento. Il fatto più imbarazzante è che a volte sono proprio certi esponenti del mondo accademico, pur consapevoli dell‘estrema complessità delle questioni afferenti al proprio ambito disciplinare, a trattare l’ambito altrui come materia già stabilita, su cui pronunciare sentenze lapidarie. Ma qui entra in gioco l’ego smisurato di alcune persone, cosa di cui non mi interessa parlare.
Tutti noi siamo portatori di interessi nei confronti del lavoro compiuto dalla comunità dei ricercatori. Bussiamo alla porta di questo o quel laboratorio, sperando che il luminare dalle cui labbra pendiamo esca nel corridoio con la bottiglia di spumante già pronta per l’annuncio che attendevamo; ma non è così semplice. Perciò, affinché la collettività possa davvero giovarsi del contributo degli esperti, deve essere chiaro a tutti che i premi Nobel, le cattedre universitarie e i titoli accademici non sono oggetti contundenti da scagliare addosso a chi la pensa diversamente su questa o quella questione. Il fatto che una certa tesi sia sostenuta da un importante studioso è solo un indizio del fatto che quella tesi è degna di essere valutata con attenzione. In parole più semplici: il cervello dell’esperto può esserci d’aiuto, ma non può sostituire il nostro.
P.S. Gli scienziati fra i miei lettori avranno certamente notato che la radice quadrata di 18.769 non è affatto 147, bensì 137.