Tesi forte / Tesi debole

      Gli aggettivi ‘forte’ e ‘debole’, riferiti ad una tesi sostenuta da ragioni, sono impiegati frequentemente quando si analizza nei dettagli un’argomentazione. Vengo subito ad un esempio: «Il Colonnello Mustard ha ucciso Miss Scarlett con il pugnale» è più forte di «Il colonnello Mustard ha ucciso Miss Scarlett», in quanto contiene in più l’informazione che l’arma usata è il pugnale. In termini più tecnici, diciamo di solito che il secondo enunciato è conseguenza logica del primo, ma non vice versa. Studiando su un buon manuale di logica possiamo imparare a riconoscere i rapporti di conseguenza fra gli enunciati, finché non diventa quasi automatico distinguere fra due asserzioni simili quella più forte.

      La metafora della forza può generare confusione: proprio in quanto più informative, le asserzioni forti sono più rischiose, più facili da mettere in discussione. Ad esempio, se si dimostra che il pugnale del colonnello Mustard non si è mai mosso dal cassetto dov’era, la tesi forte (“Mustard ha ucciso Scarlett col pugnale”) si sbriciola miseramente, mentre la tesi debole (“Mustard ha ucciso Scarlett”) resta in piedi. Evidentemente stiamo parlando di forza in un senso un po’ particolare. Potremmo dire che certe tesi sono forti come diciamo che è forte un infuso di caffè, oppure un liquore: sono come soluzioni più concentrate. Seguendo il primo esempio: se un caffè debole è sufficiente a far svegliare la zia Pina, allora la zia Pina si sveglierà anche con un caffè forte, ma non è detto che questo valga anche vice versa.

      Una tesi forte ha minore probabilità di risultare vera ed è più difficile da dimostrare, ma contenendo più informazione è ricca di conseguenze; al contrario, una tesi debole ha maggiore probabilità di risultare vera ed è più facile da dimostrare, ma non ci fa progredire molto in termini di conoscenze. Immaginiamo, ad esempio, che un investigatore voglia comportarsi prudentemente, cercando di sostenere che l’assassino sia uno dei due fra il colonnello Mustard e la signora Bianchi. Questa asserzione è più debole rispetto a quella secondo cui l’assassino è Mustard, perciò il nostro investigatore avrà minore probabilità di essere smentito dai fatti, ma minore sarà anche la sua ambizione, perché sta rinunciando ad individuare in modo univoco l’assassino.

      Quando lavoriamo nel tentativo di costruire argomenti a sostegno di una tesi, l’auto-valutazione che compiamo sul nostro lavoro (anche dopo aver affrontato montagne di obiezioni) ci suggerisce a volte di indebolire la nostra tesi, cioè sostituirla con una tesi non molto diversa ma meno ambiziosa, che sia in grado di resistere alle obiezioni a cui nel frattempo abbiamo dovuto far fronte. Se la tesi non si è indebolita troppo strada facendo, possiamo continuare nel nostro lavoro ed esserne anche abbastanza contenti.

      In generale, quanto può essere tollerata l’imprudenza di chi sostiene tesi forti, a rischio di smentita? Questo dipende dai valori condivisi nel contesto di discussione in cui ci si muove. Per quanto ho potuto constatare, i docenti universitari italiani di area umanistica consigliano di solito estrema prudenza ai loro allievi, insegnando loro a muoversi in un contesto di discussione in cui solitamente ci si nasconde dietro la maschera di formulazioni incerte e dubitative. È uno stile teorico molto gradito ai colleghi (soprattutto quelli più anziani), perché non minaccia apertamente le opinioni più consolidate e i detentori di rendite di posizione all’interno della comunità accademica. C’è però un fronte opposto a questa linea di pensiero: per esempio, a me è capitata la fortuna di ricevere i consigli di un grande maestro come Paolo Casalegno, oggi non più fra noi. Non dimentico il suo invito a tentare sempre di sostenere, per quanto possibile, tesi forti: sono queste le tesi che generano discussione, indirizzano linee di ricerca nuove e, quando riescono a resistere in modo accettabile alle obiezioni, offrono alla comunità dei ricercatori un contributo cospicuo di informazioni da cui partire per un lavoro successivo. Richiedono più lavoro per essere sostenute adeguatamente, ma ripagano con grandi soddisfazioni chi dimostra coraggio e determinazione nel sobbarcarsi quest’impegno.

      Cosa bisogna fare, invece, quando si cerca di confutare una tesi che presenta sia versioni forti che versioni deboli? L’atteggiamento ambizioso che ho appena descritto suggerisce che si tenti di confutare la tesi nella versione più debole: se ci si riesce, si ottiene anche la confutazione della tesi forte, come semplice conseguenza. Naturalmente questa è la strategia più difficile; ma è anche la più chiara ed elegante, perché può sgomberare il campo dagli errori nel modo più netto, consentendo di riprendere la discussione con le idee più chiare.


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