Ad personam

      L’argumentum ad personam è un esempio tra i più noti di argomentazione fallace, anzi si potrebbe vedere come un caso di abbandono dell’idea stessa di argomentazione: nel bel mezzo di una disputa, anziché affrontare la tesi difesa dall’avversario (o qualche altra proposizione da questi affermata o concessa), si attacca direttamente la persona che sta parlando, mettendone in evidenza qualche dettaglio esteriore (ad esempio: l’aspetto fisico, come nel cosiddetto body shaming), per sviare l’attenzione da ciò che si stava dicendo e far leva sulle emozioni di chi assiste alla disputa. È l’ultimo stratagemma possibile per ottenere ragione, secondo una classificazione molto fortunata. Nell’espressione “ad personam” (codificata con nome latino, secondo l’usanza medievale), la preposizione “ad” indica una direzione verso cui andare, ma suggerisce in questo caso l’idea di una movimento con intenzioni ostili; “persona”, che nel significato originario si riferisce a una maschera teatrale, in modo derivato indica un ruolo o l’identità di qualcuno in particolare. Ricapitolando, nell’ambito della teoria dell’argomentazione l’espressione può essere intesa semplicemente come “contro la persona”.

     Curiosamente, la stessa locuzione è stata usata spesso, negli ultimi decenni, per indicare un’azione di natura opposta: quella di favorire, mediante le famigerate leggi ad personam, qualcuno in particolare (di solito qualcuno che comincia per “B”). Quest’altro uso linguistico, nato in un contesto giornalistico, si rifà forse al fatto che in ambito giuridico la stessa espressione indica titoli e benefici posseduti a titolo strettamente personale.

      Faccio un po’ di fatica ad accettare che un’espressione possa indicare una cosa e il suo contrario, perciò mi vado chiedendo se non c’è modo di rimediare a questo pasticcio semantico. Dopo tutto in Latino c’è già un’altra espressione per indicare una situazione in cui ci si rivolge verso qualcosa con una dedizione specifica: “ad hoc” (letteralmente: “verso questa cosa”). Di fronte a una legge che sembra pensata per affrontare le necessità di qualcuno in particolare, si potrebbe dire che è una legge ad hoc, cioè una legge pensata per uno scopo troppo specifico. Ci sarebbe in quest’uso una certa ironia, visto che letteralmente “ad hoc” può avere anche un valore positivo; ma almeno si eviterebbe di usare l’espressione “ad personam” in due sensi decisamente opposti. Resterebbe però in piedi l’altro significato positivo di “ad personam, quello riguardante il possesso personale di titoli o benefici. Su quest’ultima questione confesso però di non avere alcuna idea, purtroppo o per fortuna.

      Non mi resta che trarre una specie di morale da questa favola: il tentativo di mettere ordine in una lingua è un’operazione che può avere le sue ragioni, finché gli usi stessi ci offrono appigli per farlo; ma quando siamo di fronte a usi ampiamente attestati, per quanto questi siano bizzarri, a un certo punto sembra più naturale accettare che le cose sono andate così e mettersi l’animo in pace. Non riconoscere questo significherebbe forse fraintendere la natura delle lingue umane come fenomeni in evoluzione; o forse, peggio ancora, significherebbe illudersi di poter sostituire la nostra lingua con qualcos’altro.

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