
Fra le conseguenze un po’ inattese dell’emergenza seguita alla diffusione del Coronavirus, mi pare di aver visto un improvviso ritorno della politica nei luoghi in cui si fa informazione e discussione pubblica. La mia impressione è forse opposta a quello che a prima vista si potrebbe pensare, perciò provo a dire qualcosa per spiegarmi meglio.
Comincio con una definizione: per “politica” intendo il complesso delle situazioni in cui si compiono delle scelte nell’interesse della collettività (una definizione che non mi pare in contrasto con ciò che si può trovare in un buon vocabolario). Naturalmente, in un sistema politico democratico, l’azione politica non si riduce al lavoro di coloro che governano o rappresentano i cittadini, ma comprende anche le attività che i cittadini stessi possono svolgere per cercare di determinare le scelte di chi esercita l’azione di governo o fa le leggi per conto di tutti.
La politica, anche intesa nel senso appena specificato, a uno sguardo superficiale non sembra aver avuto un ruolo di primo piano in questi mesi nei giornali, negli spazi televisivi dedicati a notizie e approfondimenti, nei siti internet di informazione: in effetti non si è parlato d’altro che di virus, contagi, aperture e chiusure, distanziamenti e misure straordinarie di sostegno all’economia. Eppure abbiamo parlato appunto di problemi e scelte nell’interesse della collettività, anche se lo abbiamo fatto come se fosse esistito un solo problema. C’è stata certamente una forzatura nel vivere ogni aspetto della nostra vita filtrandolo attraverso una lente così ristretta, ma non mi interessa dare giudizi su questo; quello che conta è che, nel momento in cui in tutto il Pianeta si è ritenuto prioritario intervenire sul Covid-19, si è parlato quasi esclusivamente di problemi e soluzioni. Finalmente una vera discussione politica, sia pur ristretta ad un ambito molto specifico.
Prima che fossimo tutti travolti dall’emergenza sanitaria, c’era una pluralità di temi in discussione, ma di problemi e soluzioni si parlava ben poco. Gli organi di informazione dedicavano ampio spazio a un’altra attività, che potremmo chiamare “meta-politica”: tentativi di capire in che modo l’azione politica si può svolgere, chi deve occuparsene e come ciascun attore sulla scena si pone nei confronti di ciascun altro. Ad esempio, li leggevano notizie come: «Il partito X apre / chiude ad un’alleanza col partito Y»; «Il ministro x ha dichiarato che p»; «L’onorevole y ha dichiarato che il ministro x, dichiarando che p, mostra un atteggiamento di tipo A» e altre amenità simili. Era abbastanza chiaro che dare tutta questa visibilità alle dichiarazioni di ministri e parlamentari significava offrire un servizio ai professionisti della politica, più che alla collettività; ma i cittadini tolleravano questo gioco, perché allora – forse sbagliandosi – non avevano l’impressione di essere sull’orlo di un baratro. Di fronte all’emergenza sanitaria, invece, abbiamo visto in faccia il fondo del burrone; allora improvvisamente le discussioni riguardo al colore delle casacche degli incaricati al soccorso si sono azzittite per un po’, come per incanto. È un peccato che ci sia voluta un’emergenza così terribile per arrivare a questa improvvisa iniezione di sostanza, ma almeno spero che la lezione sia servita a qualcosa.
Un altro surrogato della politica, che in questi mesi ha visto ridimensionare il suo peso nel dibattito pubblico, è quello che di solito viene etichettato come economia, ma che forse non è neppure corretto chiamare così. Mi riferisco all’insieme delle prescrizioni che esperti ed attori del sistema economico hanno presentato, in questi ultimi trent’anni, come precondizioni per esercitare qualunque azione politica. Per lungo tempo abbiamo sopportato bacchettate a destra e a manca, mettendoci umilmente nelle mani di chi ne sa di più e finendo col ricavarne la deprimente sensazione che il margine dell’azione politica si riducesse ormai a ben poca cosa, tanto che i politici di sinistra e di destra ci sono apparsi spesso molto simili tra loro. In più, molti hanno cominciato a temere che lo stesso esercizio della sovranità popolare stesse cedendo via via il passo, in una dimensione sovranazionale del processo decisionale, a poteri esterni, svincolati rispetto al meccanismo dei controlli democratici. Un giorno però, di fronte ad un improvviso pericolo per la salute pubblica, l’economia è tornata ad essere semplicemente uno degli aspetti della vita di un Paese, come già altri hanno scritto. Abbiamo rivisto finalmente delle persone che hanno preso decisioni rischiose dal punto di vista economico – giuste o sbagliate, non è questo che mi interessa adesso – mettendo per un attimo in secondo piano le prescrizioni di cui parlavo prima. Perfino la notevole disparità nelle scelte di gestione della pandemia fra governi diversi, a livello nazionale e addirittura a livello regionale (indizio abbastanza chiaro di errori, perché è difficile che tutti abbiano ragione se si comportano così difformemente tra loro), testimonia in ogni caso una nuova consapevolezza della necessità di compiere delle scelte: si può rischiare di sbagliare, ma non si può eludere la responsabilità nei confronti della collettività. Di nuovo la politica, appunto.
Quanto ho cercato di sostenere non comporta, purtroppo, che sia tornata la buona politica, quella di qualità. Per averla ci vorrebbero dei politici all’altezza di questa sfida e, ancora prima, degli elettori all’altezza. Eppure il corpo elettorale, l’opinione pubblica, sono anche il risultato del livello di qualità del dibattito che circola sui mezzi di informazione; perciò, se un miglioramento della qualità del dibattito c’è stato, voglio sperare che esso possa alla lunga incidere positivamente sugli orientamenti complessivi dell’opinione pubblica. Se poi qualcuno obietterà che non c’è stato alcun miglioramento del dibattito e che questo ritorno della politica è più una mia speranza che un dato di realtà, posso solo rispondere che ho voluto condividere questa mia speranza affinché essa possa trasformarsi in realtà a furia di essere condivisa.
Un auto-commento giusto per rompere il ghiaccio e per chiarire un punto emerso in tante conversazioni in privato. Ovviamente l’emergenza non ha creato dal nulla la politica vera, che affronta i problemi, ma mi pare che abbia dato a questa una maggiore visibilità, ricordandoci che ne abbiamo un gran bisogno. Nel frattempo il teatrino dei vecchi giochini ha riaperto nuovamente i battenti, ma possiamo sperare che il pubblico in sala sia diventato un po’ più esigente.