
Tacere o non tacere, è questo che mi domando: se sia più onesto sopportare in silenzio le sassate e le frecce scagliate da un mondo avverso, oppure affrontare quest’ultimo con le armi della parola, rischiando di soccombere. Me lo chiedo con i toni di una tragedia, mentre già avverto nel sapore delle mie parole un retrogusto comico.
Forse sono stato traviato dalle persone che ho incontrato: alcune in carne e ossa, altre attraverso i leggiadri studi che mi hanno accompagnato nella vita. In qualche modo mi è stato imposto, già in tenera età, una specie di giuramento di fedeltà all’impegno di parlare solo a ragion veduta, di non esprimere pareri su ciò che non conosco bene e, soprattutto, di non parlare di ciò che non merita considerazione. Quando la domanda è: «Su questo, cosa posso dire io?» e la risposta è: «Nulla!», non c’è che da comportarsi di conseguenza. Qualche parola detta a voce, seguendo quell’istinto residuo che porta a stare con gli altri e a confrontarsi; ma tanta esitazione di fronte all’atto di scrivere, che potrebbe metterci davanti agli occhi il segno indelebile di una parola di troppo. Allora si risparmiano le energie per impiegarle nel lavoro, quello vero: quello per il quale siamo qualificati, pagati e anche valutati. Si può farlo finché sembra esserci una cornice politica e culturale condivisa, che dà un senso a quello che ciascuno fa e condanna come vaniloquio ogni discorso che esula da questo quadro comune.
Il problema è che la splendida cornice, che avrebbe potuto racchiudere il silenzio di chi lavora a testa bassa, è saltata: viviamo ormai in uno speaker’s corner globale, uno spazio intermedio fra la dimensione pubblica e quella privata del confronto, in cui non c’è più una percezione condivisa della differenza tra discorso competente e chiacchiera da bar. Se vogliamo che questa differenza torni a contare, dobbiamo forse ristabilirla e difenderla con un lavoro quotidiano e artigianale, senza aspettare che venga calata dall’alto chissà come.
In più, vedo i segni di un problema più sostanziale, da qualche anno a questa parte. Assistiamo al proliferare improvviso, nella cultura di massa, di fantasmi del passato e incubi sul futuro: la xenofobia e il razzismo; l’odio, che più che un sentimento sta diventando una specie di stile di vita; l’insofferenza nei confronti della cultura, in tutte le sue forme; la produzione e la diffusione organizzata di informazioni false, come strumenti per cercare di condizionare il comportamento delle persone; la messa da parte dell’ideale della cooperazione multilaterale fra gli Stati; un baldanzoso affermarsi di modelli politici autoritari sulla scena internazionale. Mi preoccupo troppo? Lo spero, ma non me la sento più di stare seduto ad aspettare di vedere come va a finire questa storia, mentre si levano gli appelli a uscire dal silenzio ed esporsi in prima persona. Mi sono chiesto: «Oltre al semplice tentativo quotidiano di testimoniare nei fatti i valori in cui credo, posso fare qualcosa di più?». Il mio mestiere è sempre stato quello di analizzare, chiarire, distinguere, spiegare. Tutto questo può essere utile anche a qualcos’altro? Magari sì, o almeno lo spero.
Bisognerà stare all’erta, perché l’atto stesso di scrivere è radicato in una sorta di grafomania, come è stato già detto; e poi non sarà facile tenersi al riparo dalle lusinghe della scrittura internettiana, con tutti i loro veleni. Eppure voglio provarci, portando con me l’antidoto migliore che conosco: il silenzio, che ancora mi attrae come un’antica dipendenza da cui non ci si libera mai del tutto. Ciò che nasce dal silenzio mantiene con questa dimensione un rapporto privilegiato e prima o poi tornerà al suo luogo d’origine.