
Da tempo mi vado interrogando sull’uso della parola “casa” come metafora per indicare il territorio in cui un popolo vive: ad esempio quando si parla di migranti che vengono «a casa nostra» o devono restare «a casa loro». C’è un fondamento consistente per questo modo di esprimersi, o alla base c’è confusione? In generale credo che le metafore, al di fuori del discorso poetico e letterario, siano strumenti da maneggiare con cautela, perché una volta sviluppate possono rivelarsi meno feconde di quanto sembrava in apparenza; oppure si rivelano composte di più elementi, che però vanno in direzioni differenti. Questo accade proprio con la metafora della patria come casa, a pensarci bene.
C’è una prima intuizione per cui il territorio in cui viviamo è un luogo in cui abitare, una casa che amiamo perché in essa troviamo pace e sicurezza. Dobbiamo prendercene cura, fare in modo che un domani i nostri figli vi possano vivere anche meglio di come ci viviamo noi. È un’idea che può valere anche per l’umanità intera rispetto al nostro Pianeta, come suggerito anche dai termini che contengono il prefissoide “eco-”, originato da una parola greca che indica appunto la casa. In questo senso, dobbiamo custodire la Terra come faremmo con le mura della nostra abitazione.
C’è poi una seconda intuizione, quella del possesso: «Questa casa è mia e ci faccio quello che voglio»; «L’ho ricevuta dai miei genitori e spetta di diritto ai miei figli» e così via. Questo tipo di atteggiamento, applicato all’idea di patria, porta ad atteggiamenti come quello dell’attuale Presidente del Brasile, il quale ha dichiarato che la Foresta Amazzonica non è un patrimonio dell’umanità, bensì un patrimonio dei brasiliani (sottinteso: chi non è brasiliano si faccia gli affari suoi, «a casa sua»).
Eppure, mentre sulla casa si può esercitare una proprietà privata, il rapporto che ci lega al nostro territorio è più complesso: nelle tradizioni di molti popoli, la terra è un luogo che è stato assegnato dal destino, attraverso la mediazione di un elemento divino. Perciò, nella Patria che ci ha dato i natali (e, più in generale, su questo Pianeta), più che padroni siamo forse come dei graditi ospiti; oppure, se proprio ci teniamo a mantenere un titolo di residenza, potremmo dire che siamo solo in affitto (il padrone di casa, secondo molti, sarebbe un signore che sta al piano di sopra). Proprio dal riconoscimento del nostro rapporto precario con le cose – e con la vita stessa – nasce l’antica tradizione di accogliere con umanità viandanti e pellegrini. È l’idea della sacralità degli ospiti, radicata nella cultura della Grecia antica e presente anche nei precetti evangelici, ad esempio nella parabola in cui il padrone dice ai servi: «Ero straniero e mi avete accolto». È un atteggiamento che sembra fare tutt’uno con l’idea di civiltà che abbiamo ricevuto dai nostri antenati; anzi, c’è motivo per pensare che sia scritto nei nostri stessi geni, attraverso quel sentimento naturale che ci fa vedere nell’altro, semplicemente, un riflesso di noi stessi.
Non ci farebbe un effetto sgradevole essere ospitati da un padrone di casa che si serve a tavola per primo e dice: «Prima io e la mia famiglia!»? Eppure questo comportamento viene spesso presentato come modello da imitare, quando parliamo della terra in cui viviamo. Così ci abituiamo a vivere nel nostro territorio come padroni sospettosi: siamo seduti sul patio col fucile per scacciare via chi arriva; a un certo punto, dovendo rientrare per darci una rinfrescata, ci guarderemo allo specchio e allora capiremo – troppo tardi – che la nostra casa è già abitata da brutta gente.
(Pubblicato su profilo Facebook personale)