Diario, pag. 20

       Da un po’ di anni assisto con disappunto, il giorno di Capodanno, al fatto che la RAI non trasmette più in diretta il Concerto per il nuovo anno dal Musikverein di Vienna. Come è noto, con questa scelta si cerca di dare risalto all’analoga manifestazione che da qualche anno si tiene, nella stessa fascia oraria, presso il teatro La Fenice di Venezia. La questione potrebbe apparire futile, perché entrambi gli eventi hanno carattere mondano e celebrativo, ma a mio avviso è in gioco una questione importante. Qual è l’idea di fondo dietro questa decisione? Mi sono dato due risposte, entrambe deprimenti.

       Una prima ipotesi è che sia in gioco qui una sorta di protezionismo culturale. Il protezionismo economico, cioè la convinzione che per proteggere il tessuto produttivo della Nazione si debba ostacolare l’importazione di merci dall’estero, è una dottrina già parecchio criticata, anche se trova ancora i suoi sostenitori nel mondo politico; ma applicare questa visione al mondo della cultura mi sembra una forzatura immane. La cultura si nutre di circolazione delle idee, di stimoli provenienti da ogni dove; questo gli italiani avrebbero dovuto capirlo una volta per tutte già un paio di secoli fa. Invece no, siamo ancora fermi alle polemiche tardo-nazionaliste, come quella sul fatto che ci vuole un italiano alla guida del Teatro alla Scala; ma anche all’interno della Nazione regna il campanilismo: per esempio quando si dice che, per sostenere le università del Sud, i ragazzi dell’Italia meridionale dovrebbero evitare di andare a studiare al Nord. Questa concezione della cultura ci condanna a essere un Paese sempre più marginale: non perché non riusciremo a vendere all’estero i nostri prodotti culturali, ma perché alla lunga la nostra produzione culturale sarà sempre più scadente. Chi pensa di frenare la circolazione delle idee, forse non ha ben chiaro cos’è la cultura.

       L’altra ipotesi è che, nella mente di chi oscura Vienna per dare spazio a Venezia, la cultura non c’entri un bel niente: si tratta solo di sostenere il made in Italy, di portare a casa qualche soldo in più, di sfruttare una certa idea di italianità associata allo stile e alla tradizione artistica. In quest’ottica, la cultura è semplicemente uno strumento, uno dei tanti, per ottenere altro. A quel punto, ben vengano anche le bancarelle con le statuette di Marco Polo a braccetto con Cristoforo Colombo, gli antichi romani rigorosamente con lo scopettone in testa e così via. Attenzione, però: se vogliamo trasformare l’Italia in una specie di grande parco a tema, ricordiamoci che altri Paesi sono molto più competitivi di noi in questo genere di business. E poi, di grazia, a chi lo stiamo vendendo questo made in Italy? A noi stessi, dopo aver tolto tutte le altre merci dal bancone? Davvero non capisco.

        Quando l’Europa unita era ancora poco più che un progetto, il Neujahrskonzert di Vienna era già entrato nel cuore degli italiani attraverso la porta monumentale del primo risveglio dell’anno, associandosi alle camicie stirate per la festa e alla preparazione di banchetti carichi di entusiasmo e speranze. I bambini leggevano in sovraimpressione “An der schönen blauen Donau” e chiedevano ai genitori cosa fossero quei due strani puntini sulla “o”; di solito la domanda non otteneva risposta, ma almeno era lì, come un finestrino aperto verso mondi lontani. Ora, in un’Europa sempre più interconnessa e plurilingue, i papà nostrani possono finalmente anticipare qualunque domanda, mostrando orgogliosi ai figli quant’è bella l’Italia, quanto siamo bravi noi, che abbiamo il sole, il mare e i tesori dell’arte e della storia. Mentre tutto il mondo batte le mani all’unisono sulle note della Marcia di Radetzky, noi ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli, leggendo da un altro spartito; e non facciamo così perché esercitiamo la nostra libertà: semplicemente, ci è stato impedito di fare diversamente.

       Ovviamente coloro che ci tengono a vedere il concerto viennese, se non sono già fuggiti dall’Italia, possono sempre mettersi a cercarlo su siti internet esteri; oppure possono vedere tutto in differita nel pomeriggio, tra un secondo giro di messaggi di auguri  e un secondo passaggio sul vassoio di cioccolatini, mentre il torpore regna sovrano. Meglio di così…

  

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