Pagine ritrovate, III

       Mentre cala il sipario sull’obbligo di portare la mascherina anti-Covid all’aperto, voglio indossarla ancora una volta per sentire l’effetto che fa. Mi sembra che le interminabili discussioni a cui abbiamo assistito, pur futili a prima vista, ci abbiano offerto un’occasione per comprendere il modo in cui ciascuno di noi sente la sua appartenenza alla comunità. Non mi interessa l’uso della mascherina in generale (su cui non vedo nulla da discutere), ma specificamente il fatto di doverla indossare all’aperto anche quando si è da soli. Partendo dalla premessa che questa misura in sé è del tutto inutile ai fini del contagio da Coronavirus, possiamo considerare due punti di vista diversi, che sembrano riflettere due visioni contrapposte della società.

       Da una parte c’è chi ha visto in questo provvedimento una sorta di monumento all’irrazionalità nell’azione di governo e al paternalismo verso i cittadini. Si può provare, in effetti, un certo disagio nel vedere tanta gente ubbidire a un’imposizione così palesemente assurda: se quello che è obiettivamente strano appare normalissimo, mentre ciò che sarebbe del tutto naturale diventa oggetto di riprovazione morale da parte della comunità, forse vuol dire che la fine della nostra civiltà è alle porte. Ecco perché per alcuni questa delle mascherine è diventata una battaglia politica cruciale, che ha motivato anche atteggiamenti di disobbedienza civile (in alcuni casi neanche tanto civile), in deroga al principio generale per cui, in un sistema democratico, la legge si rispetta e basta.

       Sul fronte opposto c’è stato l’atteggiamento paziente di tanti, che hanno preso l’obbligo delle mascherine all’aperto come una specie di promemoria per abituarsi ad averle già addosso quando servono veramente. Abbiamo evitato l’imbarazzo del continuo togli e metti, dandoci l’un l’altro una specie di segnale di appartenenza alla comunità, isolando di fatto quelli che hanno manifestato un atteggiamento opposto. Abbiamo accettato che il governo si comportasse come la mamma che ci forzava a portare la maglia di lana, forse perché dentro di noi sapevamo che, se quest’obbligo non ci fosse stato, probabilmente non saremmo stati altrettanto responsabili. Soprattutto, grazie a quest’imposizione un po’ assurda, ci siamo fatti forza reciprocamente, ciascuno rinunciando un po’ al proprio in vista di un’idea di bene comune.

       In questa controversia mi colloco tra quelli che hanno voluto portare pazienza, anche se comprendo il punto di vista dei ribelli. In ultima analisi, mi pare che la questione sia questa: una società sana ha bisogno di individui che ragionino con la loro testa e non si facciano condizionare dal comportamento diffuso; però ci sono situazioni in cui voler far sentire la propria voce diventa una forma di protagonismo, di narcisismo che non giova agli altri. Se abbiamo sopportato una legge anche quando ci sembrava non avesse senso, non è perché per noi la libertà non è importante, ma solo perché abbiamo sentito il richiamo di altri valori (la vita, la salute, la coesione sociale eccetera). Lo abbiamo fatto perché abbiamo riconosciuto che in questo caso il nostro prezioso contributo di pensiero poteva essere offerto in qualche altro modo. Per una volta, mascherina e muti.

 

Aggiunto il 13 marzo 2023

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