
Mentre siamo un po’ tutti presi dal cercare di capire come, quando e se usciremo veramente dall’emergenza causata dal Coronavirus, voglio provare a guardare a tutto questo, per un attimo, come se si trattasse di una vicenda conclusa. Non avendo la sfera di cristallo, non mi azzardo a immaginare riflessioni a posteriori, perché non so quali saranno i fatti su cui saremo chiamati a riflettere. Mi porto avanti, però, per cercare di capire in anticipo quali saranno i dati che dovremo interrogare per fare un bilancio. Parlerò qui della sola emergenza sanitaria, lasciando da parte il tema delle conseguenze economiche della pandemia, che solleva altri interrogativi, forse ancora più complessi.
La prima osservazione che vorrei proporre, forse un po’ brutale agli occhi di qualcuno, è che il numero delle vittime è in fondo l’unico dato di autentico interesse per la collettività. I dati riguardanti i contagi, gli indici di trasmissione e il numero dei ricoveri, in realtà, dovrebbero interessare piuttosto la comunità degli epidemiologi e dei biologi, che analizzano il problema per trovare soluzioni. Noi comuni mortali, che ci aggiungiamo a questa ristretta comunità di ricerca ansiosi di ricevere notizie che ci facciano sperare o almeno capire qualcosa, verosimilmente non saremmo così interessati al tema dei contagi se questa malattia non fosse, in una percentuale significativa di casi, letale. È quest’ultimo rischio ad aver fatto sì che i mezzi di informazione abbiano prestato grande attenzione alla malattia, che le misure di protezione adottate siano state (almeno all’inizio) piuttosto drastiche e che la risposta dell’opinione pubblica a queste scelte drastiche sia stata, tutto sommato, accondiscendente. Anzi, voglio azzardarmi a immaginare che, se fosse disponibile un farmaco capace di ridurre a zero il numero delle vittime, il problema del contenimento dei contagi tornerebbe ad interessare la sola comunità degli addetti ai lavori, a cui si aggiungerebbe al massimo un piccolo numero di cittadini sensibili su questi temi. Lo dico con rispetto e vicinanza nei confronti di chi ha sofferto e lottato con la malattia riuscendo a venirne fuori, così come rispetto la sofferenza di quanti hanno temuto o temono di perdere una persona cara per questo motivo. Spero che tutta questa sofferenza possa essere un giorno ricordata con un senso di sollievo per lo scampato pericolo; ma delle vittime torneremo a parlare per decenni, perciò mi pare sia questo il tema su cui si gioca, anche oggi, il reale interesse della collettività.
Una seconda osservazione: i dati che conteggiano i “morti per Coronavirus”, al pari di quelli riguardanti i “contagiati dal Coronavirus”, lasciano il tempo che trovano, perché ormai sappiamo tutti che sono influenzati dall’atteggiamento alquanto parsimonioso che è stato assunto, in quasi tutto il mondo, nel diagnosticare la malattia mediante tamponi e altri dispositivi. Ho letto e ascoltato tante argomentazioni miranti a convincermi che i tamponi vanno fatti in modo selettivo, non a tappeto; ammetto di non averle mai capite bene, forse perché sono duro di comprendonio… va bene, mi fido, purché ammettiamo che in questa situazione il reale ammontare dei contagiati non è determinabile con sicurezza, perché per ottenerlo bisognerebbe moltiplicare il numero dei malati accertati per un fattore n ≥ 1 che varia in base al modo in cui sono gestiti i tamponi in ciascun contesto. Conseguentemente, non possiamo utilizzare il dato ufficiale riguardante i contagiati per calcolare in modo sicuro il numero dei morti per Coronavirus. Questo vale per il nostro Paese e, a maggior ragione, per quegli Stati in cui la trasparenza nell’attività di governo è prossima allo zero, come la Cina e la Russia. Su scala mondiale il quadro complessivo risulta perciò alquanto incerto.
Per uscire da questo pasticcio di dati di difficile lettura c’è un percorso, indicato già da tempo da studiosi, osservatori attenti ed organismi che hanno accesso a grandi quantità di informazioni. C’è infatti un dato che non può mentire (anche se va adeguatamente ponderato e adattato, come vedremo): è la variazione della mortalità complessiva. Si possono consultare dati sulla mortalità a livello mensile e annuale, a livello nazionale o regionale: alla fine si vedrà che c’è un aumento evidente ed è chiaro che lì si nasconde il dato da cercare. Lascio l’analisi di questi dati agli addetti ai lavori, così come mi rimetto alle valutazioni degli esperti per capire come le variazioni della mortalità vanno analizzate: se sono da considerare i numeri assoluti oppure il tasso di mortalità (ovvero la percentuale dei morti in rapporto alla popolazione); se si deve confrontare il dato di questi mesi con quello dell’anno precedente, oppure con una media degli anni precedenti compresi in un dato periodo; se e come devono essere tenuti in conto altri aspetti, come la possibile diminuzione della mortalità per altre cause (ad esempio, gli incidenti stradali durante il periodo di chiusura totale), la variazione contemporanea della natalità, del saldo migratorio e altre variabili che onestamente non conosco. In ogni caso nessuna di queste complicazioni tecniche mi dissuade dal pensare che i dati veramente rilevanti da analizzare siano da cercare in questa direzione.
Un elemento di cautela in più, già emerso nel dibattito specialistico, sta nel fatto che l’aumento della mortalità registrato in questi mesi è dato anche da un aumento significativo delle morti dovute allo stress del sistema sanitario nel suo complesso: ad esempio, va considerato il caso di tante persone che non hanno avuto adeguato accesso, nel periodo più critico, a cure mediche per altre patologie. Certamente questo dato andrebbe scorporato dal conteggio delle vittime, in un contesto di indagine epidemiologica; ma per l’opinione pubblica in senso ampio, non credo che la distinzione tra le conseguenze dirette della pandemia e quelle indirette abbia un valore davvero importante. La vera questione di pubblico interesse consiste nel capire quale impatto ha avuto complessivamente la diffusione del Coronavirus, in termini di vite umane, sulla nostra comunità. Ci interessa capirlo anche per poter valutare, sia a livello nazionale che a livello locale, quali politiche si sono rivelate più efficaci nel contrastare il problema.
Non è mio intento mettere in dubbio, con le osservazioni che ho presentato, l’attendibilità scientifica dei bollettini sulla pandemia che tutti consultiamo quotidianamente; tantomeno mi sognerei di incoraggiare un abbassamento della guardia nel contenimento dei contagi, sol perché l’indice di letalità della malattia si attesta attualmente in Italia su livelli inferiori rispetto alla primavera scorsa. Ho voluto però mostrare delle ragioni per tener d’occhio altri dati, a cui mi pare sia stata prestata scarsa attenzione nella pubblica discussione. Una volta compiuto questo passaggio risulta più difficile, almeno per me, tornare a leggere i bollettini ufficiali dando per scontato che siano la principale e più sicura fonte di informazione su quello che sta succedendo.
Aggiornamento:
https://www.ilpost.it/2021/03/06/morti-covid-italia-2020/