“B” come bestemmia

     A un mese dal barbaro assassinio di Samuel Paty, il docente francese che aveva esposto in classe delle vignette satiriche sull’Islam, possiamo forse ripensare con un po’ di franchezza a questa vicenda, anche se il prolungarsi della stessa scia di sangue, con gli attentati a cui abbiamo assistito successivamente in Europa, ha complicato ancor di più le cose. Proprio perché la follia omicida non accenna a placarsi, mi pare chiaro che non possiamo limitarci all’ovvia condanna della violenza e ad un’astratta proclamazione del diritto alla libertà di espressione: il terrorismo fondamentalista, pur non meritando alcun tipo di giustificazione, è un fenomeno che va spiegato, anche attraverso un’analisi dei processi cognitivi che lo alimentano, se davvero vogliamo sconfiggerlo. Con questo spirito proporrò qui alcune osservazioni dal tono un po’ diverso rispetto alla maggior parte di ciò che c’è stato detto, soprattutto in Francia, a livello sia istituzionale che giornalistico.

     Quello che è accaduto a Conflans-Sainte-Honorine ci riguarda tutti, in quanto la vittima ha pagato con la vita una scelta compiuta di fronte a un dilemma che ha un carattere universale. Mostrare o non mostrare le vignette tanto discusse non vuol dire, almeno a prima vista, sostenere o meno le opinioni contenute nelle vignette, bensì difendere o no la libertà di farlo malgrado le minacce. Per questo la scelta di citare testualmente i documenti da cui è partito tutto è stata vista da molti come l’esercizio di un diritto comune a tutti noi, o magari come l’adempimento di un dovere. Per giunta, a molti è sembrato naturale non vedere in questo gesto alcun valore blasfemo, in quanto sembra ovvio che un conto è esprimere un pensiero, un conto è riportare il pensiero altrui.

     Per capire meglio quest’ultimo punto, possiamo richiamare una distinzione ormai canonica in filosofia del linguaggio: quella tra uso e menzione di un’espressione. Ad esempio, la frase: «Roma è una città» può essere usata così com’è, per asserire che Roma è una città; oppure menzionata, come quando diciamo: «La frase: “Roma è una città” è composta da quattro parole». Nel caso di una frase “B” che qualcuno ritenga blasfema, sembra esserci una differenza importante tra l’uso, che presuppone condivisione del contenuto, e la più neutrale menzione, ad esempio all’interno della frase: «La frase “B” è stata pubblicata su un settimanale francese». In base allo stesso ragionamento, pare naturale riconoscere la differenza fra l’esposizione di un’immagine al puro scopo di citazione (ad esempio, da parte di chi dica: «La vignetta che ha suscitato reazioni è questa») e la vera e propria realizzazione di quell’immagine, come oggetto di un atto comunicativo vero e proprio. Il punto, in termini puramente astratti, è pacifico; apparentemente non resta che spiegarlo per benino ai tagliagole sparsi nel Pianeta, così finalmente capiranno che la loro furia si basa su un errore di ragionamento. Eppure qualcosa mi dice che la questione non è così semplice.

        Il problema è questo: non è affatto ovvio che la distinzione tra uso e menzione sia davvero rilevante quando consideriamo un atto comunicativo in base ai suoi effetti pratici. Questo è particolarmente evidente quando un’espressione, usata o menzionata, appartiene all’ambito dei cosiddetti temi sensibili. Chi mai si sognerebbe, per esempio, di illustrare una regola grammaticale menzionando una frase razzista o sessista? Al minimo segnale di situazioni di questo tipo, fioccano puntualmente le polemiche. Lo stesso sembra accadere quando ad essere menzionato è ciò che viene sentito come sacro, perché il senso del sacro va in qualche modo oltre le categorie razionali che possiamo dare per scontate in altri ambiti di comunicazione verbale (per non parlare del caso in cui l’elemento citato sia un’immagine, ovvero qualcosa di assai problematico in molte religioni – fra cui l’Islam). Insomma, c’è da chiedersi quale sia la differenza, a livello pratico, tra una frase che contenga una bestemmia e un’altra in cui la stessa bestemmia sia racchiusa fra virgolette. Certamente le due frasi sono diverse nella loro struttura e nel loro significato letterale; ma mi pare si possa sostenere, senza grandi difficoltà, che esse avrebbero in comune molte implicature conversazionali: informazioni che in qualche modo vengono lasciate intendere, anche se non sono espresse letteralmente. Per raccogliere evidenze a sostegno della mia congettura potrei fare un piccolo esperimento sulla sensibilità dei miei lettori, sostituendo la lettera schematica “B” con un esempio vero e proprio di bestemmia; ma me ne guardo ben volentieri, perché ho forti sospetti che molti ne sarebbero turbati. E non mi riferisco a quei quattro esaltati che sperano di guadagnarsi il Paradiso andando a decapitare la gente per strada, bensì a chiunque professi una fede e si senta urtato nel veder profanati i suoi simboli.

     Ricapitolando, da una parte la scelta di citare testualmente le vignette tanto discusse merita rispetto per le intenzioni che la motivano; dall’altra, proprio l’aggiunta della citazione esplicita sembra determinare uno scarto importante fra le intenzioni del parlante e l’effetto comunicativo sortito. Affinché questo scarto sia compreso adeguatamente, a nulla serve ribadire che quell’atto comunicativo è lecito in linea di principio, o che è accompagnato da nobili intenzioni; né è utile ricordare che una reazione violenta da parte del destinatario di un atto verbale ricade sotto la totale responsabilità di chi reagisce. Se pretendiamo che i nostri interlocutori non si scompongano di fronte a una bestemmia in quanto si tratta solo di una citazione, vuol dire che stiamo scegliendo di trattare con sufficienza, alla luce dei canoni di razionalità che nella nostra cultura si sono consolidati, le questioni di carattere religioso. Eppure, ci piaccia o no, la religione (con tutte le sue bizzarrie a livello cognitivo) non è un passaggio già superato nel cammino compiuto dell’umanità verso il dominio della ragione: è un aspetto della vita che va compreso e rispettato per ciò che è, almeno finché non si trasforma in violenza.

      Più in generale, dovremmo chiederci quanto intendiamo spingerci avanti nel difendere i valori della razionalità, quando sono in gioco questioni così delicate. Nel momento in cui i violenti sono isolati e disperati, mi pare che la ragione abbia virtualmente già vinto contro la barbarie; ma cercare di stravincere può essere molto imprudente. Non tanto per via delle minacce che abbiamo già ricevuto, quanto soprattutto perché in questo modo si dà la stura al sorgere di altre minacce. Abbiamo a che fare con cellule terroriste i cui militanti sono ben equipaggiati, sponsorizzati e sobillati per benino; l’unica cosa di cui questi soggetti hanno ancora bisogno è uno straccio di motivazione che faccia creder loro di essere nel giusto. Eppure sembra proprio che questa motivazione vogliamo servirgliela su un piatto d’argento. Forse dobbiamo pensarci un attimo su, prima che la lotta fra illuminismo e oscurantismo si trasformi in una sorta di guerra di religione, su una scala sempre più ampia. Visto che per questo XXI secolo abbiamo già un’agenda abbastanza fitta di problemi importanti da affrontare, non mi sembra proprio il caso di mettersi a strafare.

Lascia una risposta