
Di fronte alla guerra scoppiata in Ucraina, mi trovo forse per la prima volta a scrivere sotto la spinta di forti stati d’animo, per cui tacere è quasi impossibile. All’orrore suscitato dalla violenza si aggiunge un senso di turbamento provocato dai discorsi di opinionisti vari – questa volta vi risparmio volentieri i link – secondo i quali le ragioni e i torti si distribuiscono a metà sui due fronti. Accanto agli esperti veri e propri, che meritano comunque attenzione, si è materializzato all’improvviso un vasto pubblico di lettori informati, che non perdono occasione per mostrarci di conoscere ogni virgola del Protocollo di Minsk II del 2015, oppure il modello e il numero di matricola di ciascun missile schierato dalla NATO in Polonia. In questa gara a chi la sa più lunga, ogni sfaccettatura della questione ne fa spuntare fuori altre cinque o sei, così sui social media si assumono toni accademici per suggerire che in questa guerra i soggetti coinvolti abbiano entrambi torto, o addirittura entrambi ragione. Tutto questo a momenti lusinga chi, come me, di fronte alla violenza in atto vorrebbe appellarsi al dialogo fra le parti, per favorire una ricomposizione del conflitto; la neutralità sembra infatti una condizione naturale per chi cerca innanzitutto di capire cosa sta accadendo. Eppure l’atteggiamento neutrale va comunque giustificato con delle ragioni, che in questo caso mi sembrano senz’altro insufficienti.
Una prima fonte di giustificazioni apparenti per la neutralità è la situazione della minoranza russofona nella parte più orientale dell’Ucraina; lo stesso presidente Putin è partito da questo argomento per motivare la sua «operazione speciale» per «proteggere le persone che sono state maltrattate ed esposte al genocidio da parte del regime di Kiev per 8 anni». Il lavoro di giornalismo investigativo non mi compete, perciò chiedo, semplicemente: «Ammesso che nella regione del Donbass ci fosse una crisi dei diritti umani in atto, ammesso che il governo ucraino avesse in questo delle gravi responsabilità, è giustificabile un intervento armato di sfondamento dei confini da parte di un Paese confinante?». Direi, senz’altro: «No, no, no e poi ancora no». Il motivo è semplice: quella che Putin ha messo in atto non è altro che guerra «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», l’essenza di quello che viene ripudiato nell’articolo 11 della nostra Costituzione. Una volta che la Russia ha portato la guerra in un luogo in cui, se non c’era vera e propria pace, c’era qualcosa che alla pace assomigliava abbastanza, non ha più senso considerare le ragioni dell’Ucraina e quelle della Russia come equivalenti.
Obiezione 1. Non possiamo giudicare le decisioni di un governo straniero sulla base della nostra Costituzione: ognuno obbedisce ai suoi principi e ai suoi valori.
Replica 1. Se ragionassimo così, potremmo trovare uno straccio di giustificazione per qualunque azione umana, all’interno del sistema di valori in cui quell’azione è stata prodotta; ma a noi tocca scegliere il sistema di valori che guida il nostro giudizio. Anche se l’invasione di uno stato confinante fosse consentita dalla Costituzione russa, questo non dovrebbe avere alcuna importanza per noi: dobbiamo testimoniare i nostri valori, che questa operazione militare attacca frontalmente. Dire da che parte stiamo è il minimo che possiamo fare.
Obiezione 2. Anche noi italiani, nella nostra storia, abbiamo mosso guerra ad altri Stati per sostenere rivendicazioni nazionaliste al di fuori dei nostri confini. Non possiamo rimproverare agli altri quello che abbiamo fatto anche noi.
Replica 2. Il principio del ripudio della guerra mostra che la nostra Repubblica ha riconosciuto i propri errori del passato e guarda al futuro in un orizzonte di concordia con gli altri popoli. Non abbiamo lezioni da prendere su questo, men che meno da uno Stato come la Russia, ancora fortemente compromesso col suo passato – basti pensare che il Presidente è un ex-ufficiale del KGB.
Obiezione 3. La situazione dell’Ucraina è paragonabile a quella che motivò il bombardamento compiuto dalla NATO in Iugoslavia nel 1999: anche in quel caso fu violata l’integrità territoriale di uno Stato, adducendo come ragione la protezione di una minoranza etnica in un contesto in cui c’erano già operazioni militari in corso. Non possiamo rimproverare alla Russia ciò che anche noi abbiamo fatto in un passato ben recente.
Replica 3. Anche ammettendo che l’analogia regga, un errore compiuto più di vent’anni fa non giustifica un nuovo errore sul fronte opposto. Dobbiamo partire dal semplice fatto che l’invasione ha trasformato una crisi politico-militare a livello regionale (per altro già fomentata dalla Russia stessa) in un conflitto su scala più ampia. È una cosa che non si può accettare. È così difficile dirlo?
Una seconda fonte di ragioni apparenti per la neutralità sono gli errori che le diplomazie occidentali hanno commesso in Europa orientale negli ultimi venticinque anni, nonché le situazioni in cui i nostri governi sembrano aver operato in modo opaco e scorretto. È un tema a cui mi sono interessato anch’io, in vari contesti privati di scambio di idee, finché non è scoppiata la guerra vera e propria; ora però la situazione è cambiata e dobbiamo agire di conseguenza. Abbiamo due elementi da confrontare: da una parte l’azione di proselitismo dell’alleanza atlantica in Europa orientale, portata avanti principalmente attraverso il coinvolgimento di parlamenti e governi democraticamente insediati; dall’altra, sul fronte russo, l’uso della forza bruta, che non può essere giustificato in alcun modo e anzi può configurarsi anche come «strumento di offesa alla libertà degli altri popoli» (alla luce del già citato articolo 11). L’invito a restare equidistanti fra i due opposti imperialismi (NATO vs Russia) non ha senso, semplicemente perché non c’è proporzione fra i torti da una parte e dall’altra. Si può sostenere che la NATO e l’UE abbiano attuato in modo improprio le «limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni» (art. cit.); ma l’invasione compiuta dalla Russia è guerra e basta, null’altro. La conoscenza approfondita dei fatti può spiegare perché la guerra è scoppiata, ma non può in alcun modo giustificare la scelta di chi l’ha avviata. Per suggerire che Putin avesse diritto a invadere l’Ucraina in quanto era accerchiato dall’alleanza atlantica, bisognerebbe appellarsi alla dottrina della guerra preventiva, una delle più controverse creazioni recenti della politica internazionale; ma anche quest’ultima opzione richiederebbe evidenze importanti dell’imminenza di un attacco verso la Russia, che non ci sono, neanche a volerle vedere a tutti i costi.
Condannare nettamente questa “operazione speciale” non vuol dire seguire un pensiero unico acritico o non conoscere a fondo le questioni in gioco: è semplicemente il requisito minimo per collocarsi all’interno dei valori in cui si riconosce la nostra comunità nazionale e sovranazionale. Viviamo all’interno di una società in cui la divergenza fra le opinioni è accettata e anche incoraggiata; ma non possiamo aprire un dibattito anche su questioni così basilari come il rispetto dell’integrità territoriale di uno Stato. Se non partiamo da questo, non si può discutere in modo proficuo sui veri problemi che dobbiamo affrontare. Primo fra tutti, quello di capire in che modo la solidarietà al popolo ucraino può essere messa in pratica. Per esempio, l’invio di armi e munizioni al Paese aggredito è accettabile? È compatibile con la nostra Costituzione? È prudente, nel contesto in cui siamo? E ancora, come la mettiamo col fatto che ci riforniamo ancora di gas e petrolio dalla Russia? Come possiamo evitare che la Russia, accerchiata a livello internazionale, trovi valido appoggio nella Cina? Queste sono domande a cui non è facile rispondere: richiedono competenza, onestà intellettuale e una base comune da cui partire. Se nel bel mezzo della discussione viene data corda a che dice che sotto sotto Putin ha ragione, vuol dire che proprio vogliamo farci del male.
Amo leggerti, lo sai. Lo faccio di rado e recupero tutto insieme perché non mi è chiaro perché non arrivino le notifiche di un tuo nuovo articolo…
Stavolta questo comportamento però cade a fagiolo.
Lungi da me essere filo Putin, non lo devo dire certo a te… però stavolta temo che abbiamo dato una pistola carica in mano ad un bimbo anche un po’ pazzerello. Non ci voleva un indovino per immaginare che parlare di NATO in Ucraìna avrebbe dato la scusa al pazzo per invadere le repubbliche sul mar nero.
Un paese democratico, libero ed indipendente può aderire ad una organizzazione sovranazionale? SI! ovvio!
Ma:
È come andare a fare un pic-nic nella tana di un orso: nessuno può toglierci il diritto di farlo; ma se evitiamo, magari è meglio per tutti.
Riconoscerai la citazione. Lo dice tale CF a proposito dell’affossamento del ddl Zan.
Ti ringrazio di cuore per questo primo vero commento sul blog, preceduto da brevi botta e risposta sui profili social. Lo accolgo come prezioso, perché la stima dell’amico di una vita non la do per scontata, ma la desidero con tutto me stesso.
Per quanto riguarda le notifiche sui nuovi articoli, mi pare di capire che non sia automatica quando ci si autentica sul blog. C’è la spunta “Avvertimi via email alla pubblicazione di un nuovo articolo”, che dovresti visualizzare in fondo a questa pagina (almeno, io la visualizzo); l’autenticazione serve invece per poter inviare commenti.
Nel merito di quello che dici sulla situazione in Ucraina mi ritrovo senz’altro. L’unico mio rilievo è che sottolineare gli errori compiuti dall’Occidente è ormai diventato secondario dopo l’invasione, che ci chiama a guardare al presente e al futuro. Dove poi la rampogna sugli errori passati dell’Occidente è ripetuta e sistematica, siamo invece di fronte a un vero e proprio regalo alla propaganda pro-Putin, che altro non aspetta.
Mi pare che i fautori della neutralità a tutto campo siano di fatto allineati con la Russia, per la semplice ragione che Putin non sembra aver cercato alcun consenso nella comunità internazionale. Ha solo chiesto e ottenuto che alcuni Paesi (fra i quali spicca la Cina) non si impicciassero di una questione che fin dall’inizio lui ha voluto risolvere per conto suo, in totale spregio della comunità internazionale. Si è creata una strana situazione: in Russia basta invocare semplicemente la pace per essere considerati oppositori di Putin (con gravi conseguenze per chi lo fa); in Occidente invocare soltanto la pace, senza proporre un’azione concreta di qualche tipo, vuol dire lasciare che la guerra faccia il suo corso, cioè proprio quello che Putin vorrebbe che facessimo.