Un mare di fango, II

       Torno ad affrontare la polemica sulle organizzazioni non-governative che soccorrono i migranti nel Mediterraneo. Come ho detto nella puntata precedente, queste organizzazioni (alle quali si è aggiunta Emergency, giusto qualche giorno fa) hanno subito in questi anni critiche diverse, spesso mescolate fra loro in modo poco chiaro, in un clima di confusione e sospetto. La volta scorsa ho esaminato la tesi secondo cui le ONG si arricchiscono sfruttando le migrazioni; ora cercherò ora di chiarire cosa voglia dire che queste organizzazioni favoriscono l’immigrazione clandestina.

       Tanto per cominciare, questa affermazione può essere intesa o in una sorta di senso distributivo (ciascuna organizzazione, o almeno qualcuna, favorisce qualche singola situazione di immigrazione clandestina), oppure in senso collettivo (complessivamente, l’azione delle ONG favorisce il fenomeno delle migrazioni clandestine, magari a medio o lungo termine). Andiamo in ordine…

   

I singoli casi

       Nel senso distributivo appena delineato, le ONG sono state accusate, anche attraverso la stampa e i social network, di comportamenti penalmente rilevanti di varia natura.

       C’è innanzitutto una tesi forte, secondo cui queste organizzazioni sono in combutta con gli scafisti che gestiscono il trasporto dei migranti. Quest’accusa è stata alimentata qualche anno fa da alcune testimonianze, raccolte in un’indagine conoscitiva della Procura della Repubblica di Catania, indagine poi archiviata su richiesta del Procuratore stesso. Nuove inchieste porteranno a dei processi e magari a delle condanne? Vedremo, ma finché non spunta fuori niente di concreto, eviterei di commentare il nulla.

       La tesi più debole, penalmente meno grave, ma comunque interessante, è quella secondo cui le ONG (tutte, o magari alcune) operano in realtà in modo difforme rispetto al proprio mandato, navigando al di fuori delle aree marittime previste o traghettando dei migranti che non sono in situazione di reale pericolo; in questo modo farebbero di fatto da sponda alle organizzazioni dei trafficanti, offrendo loro l’occasione per ridurre tragitto, costi e rischi. L’accusa è meno grave rispetto a quella che ho chiamato “tesi forte”, ma sarebbe comunque interessante, se si arrivasse a un numero cospicuo di condanne; ma non è così: tutto quello che abbiamo finora è una serie di nuove inchieste (condotte anche con metodi controversi), sfociate in vari casi in nuove archiviazioni (anche su casi che avevano suscitato grande clamore). Se mi sono perso qualche notizia, fatemelo sapere; intanto, con il vostro permesso, passerei ad altro.

   

Il ruolo delle ONG nel complesso

       In senso collettivo, possiamo invece intendere la responsabilità delle ONG come effetto sulla dinamica complessiva dei fenomeni migratori nel Mediterraneo. Le domande che mi vengono in mente a questo proposito sono tre. L’azione delle ONG è correlata a un aumento delle partenze? È correlata a un aumento del numero delle vittime? C’è un vero e proprio nesso causale che unisce i tre fenomeni? 

       Per quanto riguarda l’eventuale aumento delle partenze, deve essere chiaro che questo elemento, preso da solo, non sarebbe rilevante per giudicare l’operato delle ONG. Queste associazioni, che sono indipendenti dai governi, non sono vincolate per statuto ad attuare le politiche di contenimento delle migrazioni, fortemente volute dai governi europei e da buona parte dell’opinione pubblica: hanno semplicemente l’obiettivo di salvare vite umane. Perciò un aumento delle partenze sarebbe problematico per le ONG solo se questo fosse chiaramente correlato con un aumento del numero delle vittime. Ma che dati abbiamo su quest’ultimo aspetto?

        Per quanto riguarda i morti in mare, i dati sono di difficile lettura, perché la presenza delle ONG risulta correlata con due fattori in contrasto tra loro: l’aumento delle vittime in numeri assoluti, la diminuzione del tasso di mortalità rispetto agli sbarchi. Apparentemente il primo dato sarebbe più che sufficiente per chiudere il discorso: non serve a nulla salvare più gente in mare, se comunque muoiono più persone in totale. Avrebbe dunque ragione chi dice che le ONG «con le migliori intenzioni […] fanno aumentare il numero dei morti». Attenzione, però: questo discorso vale solo se c’è prova del fatto che la presenza delle ONG è a sua volta causa dell’aumento delle partenze. Abbiamo prove che sia così?

       Il presunto nesso causale tra azione delle ONG e partenze (e, conseguentemente, aumento delle vittime) è quello che viene chiamato “fattore di attrazione” (pull factor). In realtà i fattori che influiscono sul numero delle partenze sono molti: l’andamento di guerre, carestie e disordini politici nei Paesi d’origine; l’alternarsi tra fasi di apertura e chiusura delle frontiere nei paesi di transito e in Paesi di destinazione diversi dal nostro; finanche fattori meteorologici ed altre congiunture. Ci sono prove del fatto che le ONG attraggono i migranti? C’è chi ritiene di sì, ma ci sono anche studi abbastanza recenti che sembrano provare il contrario; insomma, credo si possa dire senz’altro che la questione resta aperta. Allora mi chiedo: «In che modo quest’attrazione, ammesso che esista, può agire?».

       A corto raggio, l’attrazione potrebbe agire sui soggetti intermediari della traversata, facendo aumentare l’offerta di passaggi, a parità di domanda. In altre parole, può essere che in alcuni casi i trafficanti, tenendo d’occhio le notizie provenienti dall’Europa (un po’ come fanno gli operatori di borsa), tendano a regolare la frequenza delle loro operazioni in base all’evolversi delle politiche migratorie e alle alterne fortune delle organizzazioni dedite al salvataggio. Magari singole testimonianze possono mostrare situazioni di questo tipo, ma avremmo bisogno di una bella mole di informazioni per giustificare la tesi dell’attrazione in modo statisticamente accettabile. Nel frattempo, in assenza di riscontri sicuri, chiuderei anche questo discorso.

       A lungo raggio, l’attrazione potrebbe agire sui soggetti più lontani, ovvero gli aspiranti migranti, facendo aumentare la domanda di traversate del Mediterraneo, a parità di offerta. È un tema ancora più difficile da affrontare: chiedersi se le ONG incoraggiano indirettamente la gente a partire è un po’ come domandarsi quanti siano gli ex-non-fumatori che hanno cominciato a fumare perché incoraggiati dalle buone notizie sulle nuove cure contro il cancro: non possiamo escludere che ve ne sia stato qualcuno, ma questo dato va ponderato insieme con quello riguardante i fumatori a cui è stata salvata la vita. Nessuno se la prenderebbe con chi fa ricerca medica o con chi soccorre i malati; al contrario, chi getta giubbotti salvagente in mezzo al mare viene visto come qualcuno che mette strani grilli in testa a gente che altrimenti se ne starebbe tranquilla “a casa sua”. Magari qualcuno immagina che nei peggiori bar di Ouagadougou si scambino frasi come: «Hai saputo che ora, con le ONG, è più facile arrivare in Europa?» e  «Allora mi sa tanto che un giorno di questi mollo il lavoro, organizzo una pizzata per salutare gli amici e parto!».

       Quello che sfugge a molti, evidentemente, è la distanza abissale tra la scelta di chi parte e quella di chi soccorre. Chi parte è consapevole di rischiare seriamente la propria vita, ma ha le sue ragioni per partire: il tentativo di sfuggire alla guerra, alla povertà e all’oppressione, così come la speranza di moltiplicare magari per quattro le esigue entrate del proprio nucleo familiare. Chi soccorre ha le sue ragioni per soccorrere: far aumentare il numero dei vivi rispetto a quello dei morti, sentire di aver meritato la riconoscenza di qualcuno, magari seguire i comandamenti di una religione. Il momento della partenza e il momento del soccorso potrebbero essere uniti in un nesso causale, una sorta di circolo: “partenze – soccorsi – più partenze”; ma questo ragionamento si può fare in un dibattito accademico, non sul ponte di una nave. Non c’è troppo da meravigliarsi, né da stracciarsi le vesti, se intanto che gli esperti si interrogano su queste complicate questioni, qualcuno si affida ancora all’antica usanza di andare a soccorrere chi potrebbe morire da un momento all’altro.

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