
Torno a parlare di bambini, sull’onda dell’insuccesso di un altro articolo di qualche tempo fa. Oggi voglio impelagarmi in una controversia che ha origine nella notte dei tempi e forse non sarà mai sopita: quella sull’utilità e il danno delle botte. Non parliamo di quelle che qualcuno somministra ai figli degli altri, perché su questo la pensiamo tutti allo stesso modo; al contrario, quello che succede all’interno delle singole famiglie rivela differenze importanti, perciò mi pare interessante.
In termini scientifici la faccenda è certamente delicata, perché non si può condurre una vera e propria sperimentazione: mica si possono convocare gruppi di bambini in laboratorio per dar loro botte e vedere che succede; esistono però delle meta-analisi, ovvero degli studi che mettono a confronto i risultati raccolti in una serie di articoli che descrivono situazioni specifiche. Alla luce di questi risultati, solitamente gli esperti raccomandano di evitare le punizioni corporali. Quest’orientamento è stato acquisito ormai anche da tanti organismi internazionali, col risultato che ci sono ormai numerosi Paesi in cui questa pratica è vietata dalla legge. Potremmo dire, a parziale conclusione, che non sembra esserci un vero e proprio dibattito pubblico sulla questione.
A livello pratico la situazione è più complicata, perché all’unanimità quasi perfetta che c’è fra gli esperti non corrisponde un’analoga uniformità di vedute tra le famiglie. Nelle case, al riparo da microfoni e riflettori, fiorisce da sempre l’aneddotica familiare, che alimenta un atteggiamento benevolo nei confronti dello scapaccione, o di trattamenti più intensivi. Chi di noi non ricorda almeno un cugino scapestrato, che da piccolo non ha ricevuto la razione di busse che gli sarebbe spettata di diritto? Eccola qui, la prova che le mazzate ci vogliono! Inoltre ci viene in aiuto una raffinata argomentazione, che ha più meno questa forma: «Io da piccolo ho ricevuto le botte; ma sono ancora vivo; ergo, le botte non fanno male; ergo, fanno bene». Ecco che schiere di psicologi e pedagogisti cadono giù come birilli, di fronte alla devastante evidenza fornita da qualche ricordo personale. Ora che ci penso però, se proprio devo spulciare anch’io l’album dei miei ricordi, sia nella pagina dove si danno le botte, sia in quella dove si fa diversamente, in entrambi i contesti trovo sia bravi ragazzi che fior di teppisti. Questo mi suggerisce – a questo potrebbero forse servire le esperienze personali – che la questione è in realtà più complessa rispetto a come viene spesso presentata.
Personalmente sono contrario alle botte in famiglia, ma non tenterò di difendere questa tesi. Non cederò alla tentazione di accreditarmi come esperto di pedagogia per aver operato in contesti educativi, sia come agente che come destinatario, anche perché so di condividere questa qualifica con qualche miliardo di persone; voglio solo mostrare che il non-dibattito sulle botte ai bambini è gravato da un importante vizio di forma.
L’errore sta in un falso dilemma: o l’educazione si fa sempre e solo con le parole, giustificando all’infinito il senso di obblighi e divieti, oppure a un certo punto ci vuole lo scapaccione. In realtà esiste una terza possibilità, che spesso sfugge all’attenzione: chi educa, a un certo punto, può interrompere il gioco delle giustificazioni e passare dalle parole ai fatti, senza però per forza menare le mani. Se guardiamo le cose da questo punto di vista, le domande interessanti sono altre. La prima: «C’è un momento oltre il quale ostinarsi a motivare una regola diventa non solo inutile, ma anche dannoso?»; la seconda: «C’è un momento oltre il quale le parole si ritorcono contro contro chi parla, sicché è meglio tacere e lasciar parlare le azioni?». Per me la risposta è: «Sì», in entrambi i casi, ma non mi interessa neanche difendere queste due tesi; voglio solo far notare che le ragioni che sembrano giustificare l’uso delle botte, in realtà, sono quasi sempre ragioni a sostegno di una tesi più debole: quella secondo cui le punizioni, in generale, possono essere utili alla crescita dei bambini. Se il mio avversario vuole spingersi oltre questo, dovrà cercare di dimostrare che le punizioni corporali sono più efficaci o più giuste rispetto a punizioni d’altro tipo, come la sospensione di un diritto, il sequestro di un bene o qualcos’altro.
Al sostenitore delle botte concedo che a volte queste sono un metodo di più facile impiego rispetto ad altri: basta trovarsi abbastanza vicini al soggetto da educare, avendo le mani libere; oppure anche a distanza, a mani occupate, si può educare proprio brandendo quello che si ha in mano. Dall’epoca della clava a quella dei bastoni da selfie, è solo in nome di questa rapidità d’impiego che continuiamo a usare i soliti metodi? O c’è qualcosa di più? Questo dovrebbero spiegarmelo i miei avversari. Io ho già tenuto il cerino in mano per un bel po’ e a questo punto lo restituisco volentieri.
Obiezione. Nulla è più efficace delle botte per insegnare ai bambini la dura legge della vita, che non abbiamo inventato ora e che continuerà a valere anche dopo di noi. Le punizioni ordinarie, per quanto possano essere severe o anche sproporzionate, presuppongono un rapporto di qualche tipo fra delitto e pena; le botte invece, in quanto gratuite, sono perfette per illustrare ai pargoli non tanto il valore della giustizia, quanto la diffusione dell’ingiustizia. Prima lo capiscono, meglio è.
Replica. Non vedo perché mai i genitori debbano assumere in prima persona il compito di somministrare ai propri figli queste esperienze. A me pare che i genitori debbano avere soprattutto un ruolo di mediazione: illustrare ai figli la natura delle ingiustizie e suggerire modi per affrontarle. Poi, se uno ha proprio l’obiettivo di insegnare ai figli la rassegnazione e il servilismo, non posso farci niente; né potete biasimare me se ho in mente altri progetti, per quanto mi riguarda.