Intellettualismo

       No, non c’entrano nulla i vizi tipici degli intellettuali: parliamo di un’altra cosa. L’intellettualismo è una dottrina in qualche modo classica nell’ambito dell’etica e ha suscitato anche molte obiezioni. Può essere riassunta grosso modo così: chi compie azioni che sembrano orientate al male anziché al bene, non lo fa con lo scopo di perseguire il male, bensì a causa di un’errata rappresentazione del bene. Secondo questa visione, i problemi morali non nascono da una volontà maligna o debole, bensì da un errore dell’intelletto (cioè da un ragionamento scorretto), che ci conduce non solo a compiere azioni ingiuste, ma anche a procurare involontariamente l’infelicità a noi stessi.

       Echi di questa tesi, che tradizionalmente viene fatta risalire a Socrate, si ritrovano ancora oggi in quelle analisi del comportamento umano che vedono le nostre scelte come il diretto risultato della nostra rappresentazione delle cose. Per fare un esempio: secondo un approccio intellettualistico, chi dice di non riuscire a smettere di fumare malgrado il desiderio di smettere, in realtà non desidera realmente smettere, perché sotto sotto non si è ancora convinto veramente che il fumo debba essere evitato. La volontà, secondo questa visione delle cose, segue semplicemente l’intelletto: se ci siamo ritrovati a fumare ancora, evidentemente è perché ritenevamo ancora che fosse giusto farlo.

       Non mi interessa difendere questa tesi nella sua forma forte, secondo cui ogni scelta è fondata esclusivamente su un ragionamento (anche perché, fin dall’antichità, questa posizione è parsa a molti piuttosto forzata); mi interessa invece la tesi debole, secondo cui la rappresentazione che noi ci facciamo delle cose svolge comunque una parte importante nel guidare le nostre scelte. Vuol dire che, almeno in alcuni casi, chi fa o dice ciò che non condividiamo, in tutta buona fede, si comporta così innanzitutto sulla base di un ragionamento. Se abbiamo buoni motivi di ritenere che quel ragionamento sia errato, non ci resta che armarci di pazienza e spirito collaborativo, per cercare di convincere il nostro interlocutore che si sta sbagliando. Questo metodo può apparire puramente accademico se tentiamo di applicarlo all’analisi di comportamenti ripugnanti o palesemente criminali; sembra invece piuttosto fecondo se applicato alle situazioni in cui abbiamo di fronte qualcuno con cui non siamo d’accordo in una discussione.

        In verità, l’atteggiamento che sto proponendo è piuttosto raro da osservare nelle discussioni: ben più diffusa è la scelta di puntare il dito contro l’interlocutore, esprimendo sgomento o disgusto. Perché accade questo? Forse perché spesso miriamo non tanto a convincere chi non la pensa come noi, quanto a catturare l’attenzione di coloro che non hanno un’idea precisa sull’oggetto del contendere: speriamo che questi spettatori inizialmente neutrali, affascinati dal tono enfatico con cui pronunciamo le nostre accuse, passino dalla nostra parte. Questo potrà generare nei nostri confronti una cascata di manifestazioni di sostegno, che si rivolgeranno naturalmente contro la parte avversa – la quale, ovviamente, organizzerà una controffensiva di livello pari, se non maggiore. È un gioco che funziona, finché a un certo punto il momento di darci un taglio arriva. Almeno per me, questo momento è arrivato da tempo.

       Adottare una forma debole di intellettualismo vuol dire partire dall’ipotesi che il nostro avversario in una discussione sia semplicemente in errore e non in malafede. Non è una dottrina universalmente applicabile, ma è un’opzione di base per iniziare a discutere allo scopo di ottenere dei risultati. Non mi pare che quest’atteggiamento richieda particolari giustificazioni, perciò lascerò a chi non l’accetta il compito di dire cos’ha che non va: per me questa forma di intellettualismo è una sorta di premessa. Premessa per cosa? Più o meno per tutto quello che vado scrivendo su queste pagine. Se partiamo dall’idea che il divario fra le opinioni è dovuto almeno in parte ad una divergenza fra i ragionamenti, su questa divergenza possiamo agire ancora col ragionamento. È proprio qui che mi piacerebbe fare la differenza: non mi sento come un cavaliere che lotta contro il male, bensì come una guida che mostra i percorsi possibili a chi va per via. Magari ci incontreremo ancora.

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